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Home Studi - Proposte - Varie Sociale-Economia-Politica Sviluppo a Sostegno dell'Equità

Sviluppo a Sostegno dell'Equità

 

Noi riteniamo che oggi l'Europa sia assediata da un'inerzia costituzionale cui si associa una finanza ingorda e senza scrupoli, svincolata da ogni interesse per l'economia reale e ancor più svincolata da ogni responsabilità morale per lo stato sociale dell'Unione venutosi a creare a causa della crisi. La gravità del presente stato sociale europeo è stato denunciato apertamente dall'uscente commissario Junker (che ha parlato di necessità di un reddito minimo garantito) e dal commissario Laszlo Andor (che ha sottolineato come specie nel nostro Paese possa scattare la cosiddetta "trappola della povertà" da cui è difficile uscire). Ma l'Europa sembra "sorda" e non ascolta ciò che essa stessa dice! D'altro canto, se tutto ciò è vero per l'Europa, è anche vero che l'Italia è stata ed è tuttora sotto assedio da parte delle sue diverse "mafie" dalle quali non è assolutamente semplice liberarsi.
Per questo ci domandiamo se tali mali, di cui soffre il nostro mondo nazionale ed europeo, siano guaribili da un solo "primario" che verrà legittimato dalla sovranità popolare nei prossimi appuntamenti elettorali, o non si tratti, invece, di problemi di tale gravità da non poter essere risolti attraverso l'usuale conflitto tra diverse compagini politiche, mosse più da interessi di parte che dal "bene comune". Piuttosto pensiamo che ancora necessiti un'unanime "pool di volontà guaritrici" che prescinda da ogni schieramento e scelta politica.
Certamente le politiche utilizzate sinora, sebbene abbiano fatto riscoprire l'essenziale valore del rigore e dell'austerità, hanno depresso ulteriormente l'economia. Accanto alle critiche - sulle scelte di politica economica e finanziaria seguite - da parte di autorevoli economisti nazionali e americani (tra cui premi Nobel), c'è chi preconizza un futuro di "eurosclerosi", ovvero una politica centrata sul consolidamento dei conti pubblici per lungo periodo, come da 'fiscal compact", che peggiorerà la situazione attuale. In sostanza convergono in molti sul punto che : è necessaria certamente più Europa, ma un'Europa diversa da questa!


Ci domandiamo, quindi, perché in sedi autorevoli occorre citare Marx e riscoprire l'attualità di un conflitto di classe che potrebbe vedere nuovamente contrapposto capitale e lavoro? Siamo ancora convinti che l'incitamento alla funzionalità cooperativa delle varie parti sociali - alla maniera di Menenio Agrippa, per intenderci! - possa ripristinare la normalità pur senza risolvere i problemi concreti? La disoccupazione, specie quella giovanile ed intellettuale ha superato ogni record, ma l'ortodossia verso il liberismo internazionale e le attuali politiche europee, sebbene abbiano mostrato tutti i loro limiti nel corso di un lungo periodo di crisi, continua ad essere "ideologia" prevalente rispetto ad una ragionevolezza, ad una necessaria gradualità e flessibilità.
Ci siamo posti anche nei panni di coloro che si richiamano ad un ruolo sostanziale dei cattolici in politica e siamo giunti alla conclusione che - in questo caso - non ci può essere alcun serio riferimento come ultima e decisiva autorità se non la parola di Cristo e della Chiesa; riferimento che ai nostri giorni si trova magistralmente ricompreso nella Caritas in Veritate. Eppure, rispetto ai contenuti di questa enciclica - che riassume i temi fondamentali della questione sociale nel mondo moderno - troviamo numerose carenze in qualsiasi formazione politica tra quelle presenti sulla scena attuale.
I principi espressi nella Caritas in Veritate, pur riconoscendo l'articolazione della moderna società, non predicano affatto il pio desiderio che classi dominanti siano "cristianamente caritatevoli" verso classi in difficoltà, mirando in tal modo ad un'azione sociale mitigativa. Nella Caritas in Veritate vengono piuttosto messe a nudo concrete e spiacevoli verità economico-sociali al fine di originare un vero cambiamento per mezzo dell'azione dei cristiani che operano in politica. Si denuncia, infatti, che i sistemi di protezione e previdenza faticano a perseguire i loro obiettivi; la giustizia sociale viene costretta entro un quadro profondamente mutato per effetto del mercato globale; la delocalizzazione delle imprese, la competizione senza regole, la deregolamentazione del mondo del lavoro, hanno prodotto riduzione della sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale. Si denuncia come tutto questo abbia messo a repentaglio i diritti dei lavoratori e i diritti costituzionali, particolarmente per quanto concerne la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale.
Il baratto tra sicurezza e disponibilità di un lavoro è ormai percepito come “evidente” da diversi strati della popolazione, ivi compresa quella classe media che è stata lentamente respinta verso un graduale processo di proletarizzazione. Si potrebbe dire, tutt'altro che in chiave dialettica, che la civiltà occidentale ed il suo capitalismo finanziario, svincolato da ogni forma di economia reale, nel contesto di uno sfrenato liberismo internazionale ovunque dominante, abbia invertito il suo storico ruolo di promotore dello sviluppo umano per giungere ad essere non solo argine di ogni ulteriore progresso, ma per assumere ruoli di profonda revisione degli attuali orientamenti: nei consumi, negli stili di vita, nelle stesse forme democratiche di gestione della “res-pubblica”, finora ispirate agli storici contenuti delle diverse “Carte” e “Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo”. Il trattato di Lisbona sottoscritto dai paesi membri dell’Unione Europea ha richiesto la cessione di sovranità nazionale – salvo che in materia di sicurezza - ad una Europa che ancora non c’è e che comunque ha mostrato i suoi limiti già attraverso l’unificazione monetaria. Infatti, sono venute meno in momenti di crisi la reattività e l’immediatezza di forme solidaristiche transnazionali che hanno messo a repentaglio la stabilità finanziaria globale ed inginocchiato intere popolazioni. Ciò ha poi costretto, in sedi europee, a soluzioni di ripiego scarsamente soddisfacenti, piuttosto che intraprendere la via della vera unione, magari in forme federative.
Piuttosto che l'ortodossia verso posizioni di "rigore ed austerità" oggi dominanti in Europa, una seria revisione degli orientamenti è dunque una necessità sociale ispirata a principi cristiani, perché il "rigore", sebbene sia una necessità, non può essere un obiettivo. Per qualunque compagine politica di ispirazione cristiana e popolare, ma anche onestamente laica, solo uno sviluppo sostenibile nell'equità, può essere posto alla base dell'agire sociale e politico. Segni di condivisione al riguardo, si hanno ormai anche nelle stesse istituzioni europee, anche se sembra quasi che l'Europa parli senza ascoltare se stessa!
Di questi intenti di cambiamento in Europa non si ha modo di vederne chiare ed incisive tracce nei programmi di partito, salvo un flebile e confuso riferimento.
Siamo convinti che un "aggiustamento di tiro" nelle politiche italiane in Europa possa fornire maggiore consenso politico e riavvicinare i cittadini alle istituzioni; conquistando consenso da coloro che non si identificano con i sostenitori di "opposti populismi", oppure con i seguaci di "ideologie favorevoli ad una nuova lotta di classe", pronti a trasformare all'occorrenza la crisi in una "programmata decrescita" di cui si sono resi sostenitori da tempo.
Sappiamo, però, che tra idealità e prassi non c'è sempre coincidenza, specie sotto i condizionamenti di strategie e tatticismi politici.
Pertanto, ci ripromettiamo di ottemperare, nel prossimo frangente elettorale, l'impegno del voto. Nel frattempo non potremo, che continuare a sostenere pubblicamente le nostre posizioni, poiché ad esse ci sentiamo chiamati dalla nostra coscienza posta difronte ai guasti del nostro tempo.

 

La centralità dello sviluppo economico quale precondizione ineludibile per assicurare qualità della vita ed equità sociale è una tesi che Ambiente e Società sostiene da sempre, e che nell’editoriale pubblicato il 6 gennaio scorso trova ulteriori argomentazioni. È una tesi condivisa dal responsabile scientifico dell’Istituto Health Management, con il quale Ambiente e Società ha instaurato da tempo una proficua collaborazione, in uno studio recente pubblicato sul sito web dell’Istituto. Partendo dai dati pubblicati dal Sole 24 Ore nel Dossier sulla qualità della vita nelle 107 province italiane, lo studio dimostra la correlazione che esiste tra qualità della vita, condizioni di salute e benessere economico, e pone in evidenza come in tutte e tre le variabili considerate siano penalizzate le regioni meridionali. Dello studio, accessibile al link

Qualità della vita e condizione di salute

è stata pubblicata una sintesi nell’edizione del 14 gennaio scorso dal Sole 24 Ore

Questione Meridionale - Sviluppo a sostegno dell'Equità_Sintesi del Sole 24 Ore

nella quale si pone in evidenza come il superamento dell’arretratezza del meridione sia non solo una questione di equità, ma una condizione ineludibile per il rilancio dello sviluppo economico del Paese.