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Home Studi - Proposte - Varie Sociale-Economia-Politica Non lasciamoci impressionare dai cattivi pensieri

Non lasciamoci impressionare dai cattivi pensieri

Editoriale

Non lasciamoci impressionare dai cattivi pensieri.

La risposta al superamento della conclamata crisi italiana  deve essere ricercata nel sistema e in tutte le parti che lo compongono.

Ci troviamo di fronte  al default  della classe politica, che ha dovuto arrendersi ad un governo tecnico,  alla decadenza del capitalismo con la conseguente degenerazione del consumismo  e, non per ultimo,  alla  crescente delusione del sistema euro.

Siamo coinvolti, che piaccia o no, in un processo di cambiamento. Sappiamo, visto che lo  insegniamo nelle nostre aule, che il primi frutti del cambiamento sono la paura, l’ immobilismo e la nostalgia,  sappiamo anche che l’immobilismo porta alla disfatta.

 

Non c’è  tempo per cercare i responsabili della disfatta, compito che lasciamo alla storia. E’ meglio prendere consapevolezza e  constatare che  valori,  paradigmi,  i punti di riferimento di ieri  non sono più  sufficienti per  interpretare ciò che sta accadendo e indicare come uscirne.

 

Dobbiamo chiederci  cosa è oggi ancora utile ed avviare un processo di “pulizia intellettuale -culturale”, preservando i valori confacenti alla realtà.

 

 

Occorre sbarazzarsi dei  “mali costumi” radicati profondamente nella nostra cultura, come ad esempio: l’avvantaggiarsi alle spalle degli altri di alcuni “furbetti”, vedi il vizietto di non pagare le tasse, oppure non impegnarsi sul luogo di lavoro ed essere dei perfetti “imboscati” o assenteisti.

E’ ora di percorrere la strada maestra dell’onestà, di abbracciare nuovi valori e  principi da mettere in atto giornalmente  e consegnarli alle nuove generazioni.

 

Noi formatori, che siamo chiamati  professionalmente  ad avvicinare le menti umane ad una o all’altra teoria, dobbiamo impegnarci a rispondere ad una basilare domanda:  il sistema della formazione  cosa deve essere e cosa deve fare alla luce di questo processo di cambiamento?

Risposta:  serve una trasformazione profonda, non utopistica, del sistema di formazione. Immagino un’Italia in cui imprese e lavoratori riescano ad attirare investimenti da tutto il mondo;  un mercato  innervato da un sistema di formazione permanente, capace di garantire ai cittadini, lungo la loro intera vita lavorativa, una pari opportunità di crescita. Penso alla formazione come  “spina dorsale” dell’economia; una società che riconosca e capitalizzi i “crediti di conoscenza”,  come principio ineluttabile per favorire i processi di mobilità meritocratica.

E’ auspicabile costituire in Italia un  progetto riformatore,  che fondi le  basi su un’importante scommessa: fare assumere  alla formazione il ruolo centrale di asset,  per uscire dalla crisi e avviarci ad un processo di crescita. Se condividiamo questo aspetto è giunta l’ora di far sentire la voce, attraverso la costituzione di un nuovo fronte culturale che trasversalmente colga le istanze degli operatori e dalle imprese al fine di aprire un dialogo riformatore con le istituzioni.

Il know-how necessario esiste già nel nostro Paese, basta chiederlo alle imprese ed ai professionisti specializzati del settore, ed è a questi ultimi che viene richiesto di mobilitarsi per far si che il 2012 divenga l’anno di svolta per la buona formazione.

 

CONTRO EDITORIALE

Il precariato conviene a tutti e allora evviva il precario.

A.Mandelli

Le riforme attuate dal Governo Monti, con le  liberalizzazioni, hanno toccato anche il mercato del lavoro ponendo al centro del dibattito il famigerato articolo 18, ed elevandolo a capro espiatorio o a rimedio principale per l’aumento del tasso di occupazione. Si è assistito a vari rituali di contrattazione, per finire di scontentare tutti o ancor meglio a generare una soluzione che, come da tradizione, non è né carne né pesce.

L’esercito dei precari, con queste disposizioni, ha implementato il numero delle sue frange. Il  precariato è il frutto della società e della famiglia che in parte sono colpevoli  nell’aver  stimolato  l’aspettativa dei propri figli, incoraggiandoli a diventare dottori o avvocati e non idraulici, muratori o meccanici.

Nelle giovani menti è stata innescata  la chimera del posto fisso, magari statale e non la coscienza imprenditoriale.

Essere precari è di moda, essere precari è una condizione, essere precari è un diritto, essere precari conviene a tutto il sistema.

Le imprese, soprattutto quelle più spregiudicate, hanno convenienza a sostenere questa condizione.

Del resto è il sistema scolastico ad aver  consegnato all’impresa giovani senza una adeguata preparazione tecnica-pratica, frantumando costantemente le passarelle di transizione scuola lavoro.

 

Tale sistema utilizza i giovani come lavoratori di seconda o terza categoria, avvantaggiandosene attraverso l’istituto dello stage e pagandoli poco o niente. Non solo, l’impresa non investe nella formazione di un lavoratore che dopo pochi mesi perderà: quindi la produttività dei giovani precari rimane bassa, non imparano nulla e più l’età avanza meno diventano impiegabili.

Sul versante dei giovani lavoratori  il precariato non è una breve parentesi nel percorso verso un lavoro stabile, è una «trappola»: nemmeno uno su tre riesce a transitare ad un contratto a tempo indeterminato.

Per l’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa, renderlo non-licenziabile a causa appunto dell’articolo 18 e questo comporta un rischio troppo elevato.

 

I giovani rimangono precari troppo a lungo, talvolta a vita. Quando arriveranno alla pensione i pochi contributi saltuariamente versati non saranno sufficienti. È una tragedia non solo per i giovani, ma per la produttività del Paese.

Ai nostri figli non è stato insegnato di “sporcarsi le mani” con i lavori manuali. Certo è preferibile avere le mani sporche d’inchiostro per l’utilizzo di una penna che averle unte di grasso o olio in un’officina.

Abbiamo teso loro una rete di protezione, mantenendoli fino a tarda età, insomma non gli abbiamo fatto provare i veri  sintomi della fame. Li abbiamo “narcotizzati” in un limbo di aspettativa che giustifica moralmente questa situazione.

Dobbiamo creare un corto circuito che inverta la tendenza: togliere il beneficio agli imprenditori spregiudicati del male  utilizzo del precariato. Per eliminarlo dobbiamo far accettare alle nuove generazioni nuovi ambiti di lavoro, anche con il tramite di azioni d’ orientamento. Leviamo il benefit alle imprese “ sporcandoci le mani” con gli antichi mestieri.