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Leggendo Chomsky in tempo di crisi

Appena dopo aver letto “Linguaggio e Politica – Riflessioni sul mondo dopo l’11 settembre” (Di Renzo Editore – Roma – 2011), accade di imbattersi su Micromegaonline in un trafiletto intitolato “D'Alema story” dove l’autore, Massimiliano Boschi, afferma (letteralmente) : “Il lìder Maximo ha annunciato che non si ricandiderà (se Bersani vince le primarie), ma allo stesso tempo ha rivendicato la sua storia politica e personale. Che di sinistra, per la verità, ha ben poco.” Sorge spontanea la domanda se oggi si possa ancora parlare di sinistra e se essa abbia attributi che la possano connotare come tale.

Subito il pensiero corre alla caduta del muro di Berlino, fors’anche perché è “naturale” appena dopo aver letto nel lavoro di Chomsky una citazione del Presidente Malese Mahathir riguardante lo stesso evento : “Paradossalmente, la più grande catastrofe per noi, che siamo sempre stati anticomunisti, è stata la sconfitta del comunismo. La fine della guerra fredda ci ha privato dell’unica leva di cui disponevamo: la possibilità di defezionare. Ora non ci possiamo rivolgere a nessuno” Non proprio un paradosso, ma il corso naturale della storia mondiale reale, come Chomsky fa puntualmente rilevare.

Un’analoga sindrome certo colpì – in quella circostanza di “abbattimento e cambiamento” - la politica nostrana, proprio mentre a sinistra ci si affrettava a buttare via l’acqua sporca, insieme al bambino, tutto intero. Infatti, in pochissimo tempo, in politica economica e non solo, piuttosto che convergere su posizioni di tono keynesiano che avevano da sempre caratterizzato il laburismo anglosassone, abbiamo assistito da parte della maggioranza della sinistra al rinnegamento delle dottrine professate fino a poco tempo prima della caduta del muro di Berlino. Ma questo naturale atteggiamento, che caratterizzò anche Pietro nella notte in cui Cristo fu tradito, non si limitò a restare tra le contingenze, perché da li a poco avremmo dovuto assistere anche alla “conversione al capitalismo liberista internazionale”. Questa conversione, vera o strumentale che fosse, si spinse progressivamente fino ad abbracciare il liberismo più sfrenato che osannava al libero mercato senza condizioni, dimenticando ogni forma minimale di coerenza e di continuità rispetto al passato, che avrebbe obbligato ad atteggiamenti più cauti e ponderati, se non altro per rispetto di quelle “masse” sfruttate ed indifese in nome delle quali la sinistra si era fregiata per anni dei simboli del lavoro. Si trattò di un processo talmente fuorviante che gli echi della confusione generata risuonano ancor oggi allorquando ci si pongono domande sui contenuti caratterizzanti le politiche di sinistra rispetto a quelle di destra, piuttosto che di centro: argomento dove regna sovrana la mistificazione finalizzata all’accaparramento, come mostrano i più recenti episodi di corruzione, più estesi e più gravi di quelli che portarono alla fine della prima repubblica. Ciò accade – come ci dicono antichi e dimenticati Libri - allorquando si dà “ciò che è santo” a cani e porci, che in quanto tali saranno solo in grado di calpestarlo! Così siamo giunti ad oggi!

Politiche che vedono la preminenza di uno stato “regolatore” ispirato a principi di equità e giustizia sociale, o teorie economiche che mirano idealmente a situazioni di equilibrio implicanti piena occupazione o quasi, e quindi sposano l’etica che soggiaceva ai principi fondanti della carta costituzionale, sono ormai respinte e classificate come “inaccettabili”, “obsolete”, “risibili”, proprio quando - in un momento di crisi - sarebbero invece essenziali, salvifiche, risolutive. Tutto ciò avviene in un contesto tutto italiano di cessione di sovranità monetaria e fiscale all’Europa, realizzata con strumenti tutt’altro che tipici della democrazia; unica giustificazione: una presunta pulsione verso una unità europea; unità che se veramente si fosse voluta si sarebbe potuta realizzare con approcci federali, mentre da oltre mezzo secolo non avanza, perché è ancora presente la volontà di volgerla a proprio vantaggio e a scapito altrui, come mostrano i fatti (vedi Grecia e paesi GIPSI) cui assistiamo. Eppure lo slogan di quella che oggi si definisce sinistra è: “la scommessa sull’Europa”, priva di senso critico e chiarezza di idee, tesa com’è verso la conquista di un consenso che non è consenso!

Ma è proprio anche di un “consenso senza consenso” di cui parla Chomsky nella parte più politica dei sui scritti qui citati.

Ma chi è veramente Noem Chomsky?

Nato nel 1928, di origini ebraiche russe, sebbene conosciuto prevalentemente come linguista ed esponente della cultura universitaria americana, è stato professore e ricercatore al MIT ed è da molti ritenuto una pietra miliare nello sviluppo delle Scienze Cognitive, avendo il suo punto di vista dominato a lungo, almeno nel periodo iniziale, negli studi sull’Intelligenza Artificiale.

Non si può resistere alla tentazione di riportare nel seguente “Estratto” , in modo sequenziale e con le parole originarie dell’autore, alcune considerazione che possono essere illuminanti sui temi qui sopra trattati.

 

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Estratto da

Linguaggio e Politica– Riflessioni sul mondo dopo l’11 settembre

(di Noam Chomsky - edito da Di Renzo Editore – Roma – 2011)

Vi sono due versioni della teoria del libero mercato: la prima si basa sulla dottrina ufficiale, la seconda su quella che potremmo chiamare “la dottrina del libero mercato realmente esistente” per la quale la disciplina del mercato va bene per gli altri, ma non per me. La dottrina ufficiale è imposta sugli indifesi, ma è quella “realmente esistente”.

L’invasione da parte dell’occidente nel 1918 fu dunque un’azione difensiva per proteggere “il benessere del sistema capitalistico mondiale”, minacciato dai cambiamenti sociali all’interno di quell’area di servizio; così il fenomeno è stato descritto in noti studi. La logica fondamentale della guerra fredda fa parte del contesto generale del conflitto nord-sud .

Come hanno fatto l’Europa e le nazioni che sono sfuggite al suo controllo a svilupparsi? Violando radicalmente la dottrina del libero mercato. Tale conclusione è valida per i casi dell’inghilterra fino all’attuale crescita economica dell’Asia orientale e certamente anche per gli Stati Uniti, fin dalle origini leader del protezionismo.

Gli standard della storia economica riconoscono che l’intervento statale ha giocato un ruolo centrale nella crescita economica, ma il suo impatto è stato molto sottovalutato a causa dell’angusta concentrazione del protezionismo.

Nel 1996 il Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano sottolinea la “vitale importanza” delle politiche governative volte a “propagare le specializzazioni e a contribuire ai bisogni sociali fondamentali”, come “trampolino di una crescita economica sostenuta”. Le dottrine neoliberiste, qualsiasi cosa se ne possa pensare, minano l’istruzione e la sanità, aumentano le disparità sociali e riducono la quota del reddito nazionale destinata alla forza lavoro: su questo non c’è dubbio. Di conseguenza, tali politiche indeboliscono proprio quei fattori che, come si ritiene universalmente, sono alla base di una crescita economica sostenuta.

Il paragone tra l’Asia orientale e l’America Latina è impressionante: questa detiene il peggiore record mondiale per quanto riguarda le diseguaglianze sociali, quella il migliore; lo stesso discorso vale per l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale in genere.

Nel 1846 l’Inghilterra adottò infine il liberismo internazionalista, dopo che centocinquant’anni di protezionismo, violenze e potere statale le avevano assicurato un grandissimo vantaggio su tutti i concorrenti.

Un secolo dopo che l’Inghilterra aveva accettato il liberalismo internazionalista, gli Stati Uniti seguirono la stessa strada. Dopo centocinquant’anni di protezionismo e violenza, essi erano diventati il Paese di gran lunga più ricco e più potente del mondo.

Il programma statunitense di aiuti, chiamato “cibo per la pace” , fu usato anche per sostenere i progetti nel settore agricolo e navale ed estromettere dal mercato i produttori stranieri.

In altre parole, i principi del libero mercato funzionavano, ma con risultati opposti e, come per la democrazia, i mercati sono giudicati in base ai risultati , non per il modo in cui procedono.

Le eccezioni più importanti sono almeno tre. Una componente fondamentale della teoria del libero commercio è che i sussidi pubblici non sono permessi; ma, dopo la seconda guerra mondiale, i più importanti uomini d’affari statunitensi avevano previsto che l’economia sarebbe crollata senza il massiccio intervento statale che avevano imparato ad apprezzare durante la guerra. Insistettero anche sul fatto che un’industria avanzata “non poteva sopravvivere in una pura, competitiva e non sostenuta economia di free enterprise” e che “solo il governo poteva essere il loro salvatore”.

Come tutti comprendono perfettamente, la free enterprise implica che il settore pubblico paghi i costi e sopporti i rischi, se le cose vanno male: cito per esempio i salvataggi di banche e società che sono costati ai conti pubblici centinaia di miliardi di dollari negli ultimi anni, a livello del Sud America. I profitti devono essere privattizzati, ma i costi devono essere sostenuti dalla collettività.

Per illustrare “la vera teoria del libero mercato” in un’ottica differente, lo studio più completo delle cento migliori TNC (Trade National Companies) ha mostrato che almeno venti “non sarebbero sopravvissute come compagnie indipendenti, se non fossero state salvate dai loro rispettivi governi”, addossando alla collettività le perdite, o mediante intervento diretto dello Stato, qualora fossero in maggiori difficoltà.

Lo stesso studio citato sottolinea che “non c’è mai stato un gioco alla pari nella concorrenza internazionale e si nutrono forti dubbi se mai ci potrà essere”. L’intervento del governo, che ha costituito “la regola piuttosto che l’eccezione negli ultimi due secoli[…], ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo e diffusione di molti prodotti e di molti processi innovativi, soprattutto nel settore aerospaziale, dell’elettronica, della moderna agricoltura, delle tecnologie dei materiali, dell’energia e della tecnologia dei trasporti”, così come nelle telecomunicazioni, nelle tecnologie dell’informazione in genere e, tempo fa, nel settore tessile e siderurgico. Letteralmente, “le politiche governative, in particolare i programmi per la difesa, hanno sempre avuto una forza schiacciante nel definire le strategie e la competitività delle maggiori compagnie a livello mondiale”. Altri studi tecnici confermano tali conclusioni.

Se ci impegneremo a distinguere tra dottrina e realtà, scopriremo che i principi di politica e di economia che hanno prevalso sono ben distanti da quelli proclamati. Si può essere scettici riguardo alla rosea previsione che essi siano “l’onda del futuro” che ci porterà più vicino alla “fine della storia” in una sorta di utopia dei padroni.

 

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All’origine di queste riflessioni si ritrovano gli elementi di fondo di quella crisi economica, monetaria e finanziaria che sta attraversando il mondo occidentale e che sembra essere solo una parte del “vero problema”. In diversi ambiti si nutre la convinzione che la crisi sia l’espressione di una più profonda disintegrazione di quei valori etici (vedasi ad esempio “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Max Weber) che hanno accompagnato la nascita e l’affermazione della civiltà occidentale sino al punto da farne un riferimento per il mondo intero. Uno storico ci ricorderebbe che l’impero romano crollò allorquando ci fu un allentamento, prima, e perversione dei costumi e della morale, poi. I sistemi democratici occidentali appaiono, oggi, in profonda decadenza e lo sperimentano gli Italiani attraverso la “sospensione della democrazia” che ha imposto di necessità un “governo tecnico”; lo sperimenta il paese attraverso il crollo di credibilità delle istituzioni e soprattutto della politica, che sembra sprofondare giorno dopo giorno sulla spinta di scandali e abusi generalizzati. Qualcuno ha ipotizzato che la tangentopoli della prima repubblica, avendo “scoperchiato la pentola” e mostrato a tutti l’esistenza di una “mangiatoia pubblica”, avesse quasi di fatto autorizzato chiunque ad assumere analoghi corrotti comportamenti, giustificabili in virtù della “consuetudine”, che in campo giuridico – come noto – può assumere valore di “norma”. La rappresentanza e rappresentatività della classe politica è di fatto azzerata e si nutrono - a ragione! - preoccupazioni per le prossime elezioni che possono avere diretto riflesso sulla stabilità e tenuta generale del paese. Ma il sentimento più diffuso nella popolazione consapevole della gravità della situazione si può riassumere nell’imperativo categorico per il quale è stato coniato il termine: “derattizzare la politica”. IL vero rischio è che l’elettorato astensionista, già a livelli di guardia (si parlava sinora del 40%), può ampliarsi e portare la parte votante ai livelli “minoritari” del 30-40% come in altre “democrazie occidentali”. Sarebbe in tal caso la vittoria del “consenso (di una parte minoritaria) senza il consenso (della vera maggioranza)”, concetto che si ritrova negli scritti di Chomsky come “metodo” della democrazia qualora distinguessimo i teorici desiderata dalle prassi che si realizzano nel concreto.

Avverte Chomsky: “Dagli anni ’50, le multinazionali estere hanno controllato quote sempre maggiori della produzione industriale” e sono proprio le multinazionali che si sostituiscono sempre più agli stati nel governo delle nazioni, in un mondo globalizzato che lascia presagire l’attuazione di quel mondo orwelliano attraverso la messa in pratica di una ben descritta “teoria e prassi del collettivismo oligarchico”.

Ma siamo giunti qui all’improvviso? Oppure qualcuno che avrebbe dovuto non ha vigilato? E’ ipotizzabile che le ambizioni di governo cui ha ceduto una sinistra impreparata e meglio attrezzata per il “controllo” – svendendo i propri ideali e disprezzando storicamente un ruolo d’opposizione intelligente – abbia fortemente contribuito a condurci qui dove siamo? Dov’è l’esercizio dell’autocritica di un tempo, negletta per mera questione di interessi, spesso personali? Coloro che si sono “macchiati” possono essere “riammessi nel tempio”? Forse tutti abbiamo dimenticato ciò che implica la “responsabilità”! L’errore, la colpa devono essere riconosciuti ed espiati! Solo successivamente è ipotizzabile, e comunque non garantito, il perdono!

Roma 23/10/2012