Sostenitori Associazione
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
News
Home Studi - Proposte - Varie Sociale-Economia-Politica Il Dollaro, l'Euro e la Crisi

Il Dollaro, l'Euro e la Crisi

 

Dollaro, l'Euro e la Crisi di Rocco Morelli

Proprio come Dio nella forma della fede, il denaro è, nella forma concreta, la massima astrazione cui si sia mai levata la ragion pratica. (George Simmel – Psicologia del denaro)

Situazione attuale

L’adesione italiana all’Europa dell’Euro - tutt’altro che «unita nella sua diversità» - e la rinuncia a battere una moneta nazionale senza che si siano riposizionati su basi stabili i confini (unità politica), il governo e le istituzioni esecutive europee di intervento, hanno messo TUTTA la Politica nostrana «fuori dal controllo» del proprio sistema nazionale.

Una finanza speculativa dominante sull’intrapresa - unica creatrice, quest’ultima, di ricchezza vera - sta asfissiando i sistemi nazionali cancellando la classe media e creando una moltitudine di «indigenti», concentrando la ricchezza a favore del benessere e sciupio vistoso di pochi.

I movimenti di massa dei “diseredati del mondo” come surrogato dello «sviluppo a casa propria» contribuisce ad ingrossare le fila della manodopera di riserva e quindi ad esercitare forte pressione negativa sui salari con evidente riflesso sulla domanda globale nel Paese e quindi sulle aspettative e possibilità di sviluppo.

La delocalizzazione delle imprese, mossa dallo sfruttamento dei differenziali esistenti internazionalmente nei prezzi dei fattori produttivi, incurante della storia aziendale e del radicamento talvolta centenario in un territorio, lascia in stato di abbandono i lavoratori e il suo storico ambiente di origine nella totale impotenza dei governi.

Appare evidente, in modo generalizzato, che l'economia e il potere politico non sono più in grado di guidare la società e si mostrano sempre più incapaci a realizzare un nuovo sviluppo che metta al centro l'uomo e sappia superare le contraddizioni dell’attuale sistema globale; specie quelle contraddizioni create da un irrefrenabile sistema finanziario orientato a determinare instabilità più che sviluppo, quasi che l’instabilità sia presupposto necessario all’efficienza speculativa.

 

In tutto quel che accade, l’uomo stesso, nella sua interezza e specificità, sembra dimenticato, proprio in un momento in cui le condizioni ambientali e sociali sembrano spingerlo in uno stato di rischio esistenziale, di bisogno e di emarginazione.

Così, appaiono sempre più forme palesi e nascoste di prevaricazione dei singoli e di intere aggregazioni sociali generate da un vecchio assetto internazionale in crisi ormai evidente.

Siamo passati da un’epoca in cui si voleva generalizzare il “sogno americano del benessere” pensando ad uno sviluppo esponenziale senza limiti ad un’epoca di ristrettezze, in cui quel mondo anglosassone, che aveva dato avvio all’esaltazione del libero mercato e alla globalizzazione, sembra ammettere che l’idea preesistente di una società multietnica e globale sia da ritenersi fallita.

Sintesi esplicativa “storico dialettica”

In molti si domandano come si sia potuto giungere a questo punto, sebbene una semplice retrospettiva di tipo vichiano potrebbe suggerire come ogni civiltà decada non appena vengano smarrite le strade delle direttrici morali fondanti; oppure, per dirla in termini diversi, secondo un’ottica tipica del materialismo storico-dialettico, il crollo di una civiltà accade quando le forze promotrici del suo sviluppo (monetarismo, debito pubblico, etc.) diventano sue stesse catene.

La finanza, con la sua dimensione globale, ha assunto sempre più i connotati di un sistema dominante – incurante del fattore umano - dove il gioco speculativo prevale sulla sopravvivenza di intere collettività, salvo poi imporre a tali collettività il ricatto della “stabilità”, pena il crollo del sistema finanziario.

Illustrare come si sia giunti a questo ricatto è compito arduo e ben altra preparazione accademica sarebbe necessaria. Ciononostante, nella consapevolezza dei propri limiti, si azzarda qui di seguito un discorso critico ed esplicativo al tempo stesso, nell’auspicio di cogliere elementi di verità.

Borsa, Titoli di Stato, Deficit, "Spread"

 

Semplificando molto il discorso si può dire che, almeno agli albori, la borsa doveva necessariamente riflettere (nelle azioni!) i valori dello stato patrimoniale e del conto economico delle le società quotate. Ovviamente, poi, la quota di mercato di un’azienda, il suo indebitamento verso l’esterno, i vari indici di bilancio, le sue prospettive, etc., sono divenuti elementi che hanno incominciato a prendere significato economico riflesso nel valore delle azioni delle rispettive società. Pian piano elementi soggettivi e psicologici di valutazione da parte degli operatori sul mercato hanno arricchito la scena e specie quelli afferenti al rischio (e soprattutto il rischio di solvibilità) sono divenuti talmente importanti da incorporare nelle teorie finanziarie una funzione che associa alta remunerazione (alto interesse sul capitale) ad alto rischio e viceversa bassa remunerazione a basso rischio. Cosicché, quando le aspettative dei mercati sulle azioni di una società quotata sono negative, tutti cercano di evitare il rischio e tenere pulito il proprio portafoglio titoli liberandosene. L’eccesso di quelle azioni rischiose sul mercato divenendo un eccesso di offerta comporta una caduta del loro prezzo. E’ proprio su questo che agisce il gioco della speculazione comprando titoli quando il prezzo è basso (cioè nei momenti di magra!) e rivendendoli quando il prezzo è più alto, realizzando così delle plusvalenze finanziarie, peraltro difficilmente tracciabili e tassabili. Qualora la borsa potesse riflettere in modo esclusivamente ragionieristico i valori economici e patrimoniali di un’azienda, sarebbe difficile "agitare le acque" e la speculazione avrebbe poche possibilità di operare. La presenza invece di altri elementi soggettivi e soprattutto psicologi e di prospettiva inducono "instabilità", ovvero come si dice in gergo "volatilità". La creazione nel tempo di titoli finanziari derivati e di titoli che sostanzialmente scommettono sull’accaparramento di risorse primarie a prezzi determinati, non solo complicano l’intero panorama del mercato accrescendone instabilità e volatilità, ma divengono un modo per predeterminare i prezzi futuri delle risorse primarie sul mercato. In questa situazione è del tutto lecito che si diffonda il sospetto che instabilità e volatilità, dipendendo ampiamente da aspettative e prospettive di natura fondamentalmente psicologica e individuale, possano essere determinate ad arte attraverso il mondo della politica e dell’informazione con il preciso obiettivo di destabilizzare la borsa e quindi rendere più efficiente ed efficace il gioco speculativo. Nasce da qui la cosiddetta "tesi del complotto" dove i mandanti non sono spesso identificati o identificabili.

Ma ciò che si è detto sopra per le imprese e per le azioni si applica, "mutatis mutandis" alle nazioni e ai loro titoli di stato.

Supponiamo che le nazioni siano dei grandi opifici che si estendono sul territorio compreso entro i confini nazionali. Le risorse naturali e paesaggistiche presenti, le infrastrutture, la tecnologia posseduta e la conoscenza sviluppata, le bellezze artistiche e paesaggistiche di cui il territorio è dotato, come pure i fattori e gli impianti produttivi (capitali fissi, circolanti, pregi e difetti culturali, etc..) fanno parte del patrimonio nazionale alla stessa stregua del patrimonio di un’azienda. Il patrimonio si riflette, ovviamente, nella capacità produttiva di una nazione, che potremmo assimilare all’equivalente economico di beni e servizi che vengono prodotti in quella nazione in un anno(PIL). Tanto più alta è la produzione annuale, tanto piùalta è la ricchezza della nazione. Tenuto conto dell’import-export se la nazione consuma meno di quanto produce può, con la differenza positiva realizzata, incrementare il proprio patrimonio. Viceversa, se consuma più di ciò che produce chiude il suo bilancio in deficit. Se i deficit annuali vengono man mano ripianati durante gli anni di maggiore produzione che danno luogo ad un disavanzo positivo si è in presenza di una economia senza debito o comunque con una situazione debitoria sotto controllo. Quando invece i deficit annuali vengono man mano accumulati durante gli anni si è in presenza di una economia indebitata o comunque con la situazione debitoria fuori controllo. Questa è esattamente la situazione dell’Italia dove il debito pubblico ha raggiunto dagli anni ottanta sino ad oggi la ragguardevole cifra di circa 1900 miliardi di euro . In presenza di deficit accoppiato ad una situazione debitoria anomala che s’insinua nell’area Euro (già strutturalmente debole perché priva di una sovranità monetaria comune esercitata a favore dei paesi aderenti) i mercati ipotizzando un rischio di solvibilità dello Stato italiano lo costringono, per finanziare il debito del nostro paese, a emettere dei pagherò (titoli di stato poco appetiti dai mercati) per far acquistare i quali deve necessariamente offrire elevati tassi di interesse, in armonia con quel principio che associa un’alta remunerazione del capitale a impieghi rischiosi. Così ad esempio, coloro che avessero avuto titoli di stato italiani di precedenti emissioni remunerati a più basso interesse e di cui si fossero preventivamente liberati avrebbero avuto convenienza a riacquistarli a più elevato tasso di interesse realizzando plusvalenze. Il gioco progressivo di vendita ed acquisto di titoli in un mercato sbilanciato da pessimistiche aspettative (vere o presunte che siano) possono portare per effetto speculativo i titoli di stato italiani a valori di "spread" (differenziale nei tassi di interesse) ragguardevoli rispetto ad altri titoli ritenuti più sicuri dai mercati: per esempio i "Bund" tedeschi. Da coloro che ritengono in ordine i fondamentali dell’economia italiana, la "tesi del complotto" può essere vista come una possibile spiegazione non soltanto perché le previsioni pessimistiche ed il rischio di solvibilità dello Stato italiano possono essere indotte ad arte per fini speculativi, ma anche perché lo Stato italiano non è l’unico ad avere un elevato debito pubblico (vedi Tabella N.1) , sebbene guardando il rapporto tra debito e PIL nel caso italiano si registra un valore tra i più alti ed abbastanza inusuale a livello globale. Ma, la cosa più critica nel caso italiano, oltre a questo rapporto certamente elevato, è data da una ripetitiva situazione di mancato pareggio di bilancio, quindi di deficit che nel lungo periodo può espandere anziché ridurre la situazione debitoria. Insomma è come se l’azienda Italia stesse lavorando in situazioni di forte indebitamento e con un cash-flow annuale negativo. Tutto questo non fa altro che disegnare per l’azienda Italia un elevato profilo di rischio che comporta una quasi automatica richiesta, da parte dei mercati, di un elevato interesse sulla esposizione debitoria italiana. Cosicché, una grossa fetta del cash flow annuale prodotto dalla nostra economia deve essere necessariamente impiegato per ripagare gli interessi sul nostro debito e ciò limita le possibilità italiane di sviluppo e di crescita rispetto alle altre economie, in un contesto di aggravio già esistente della situazione italiana per effetto della bolletta energetica determinata dalla fortissima dipendenza della nostra economia dal petrolio e dal gas (cosa che, per esempio, la Francia ha risolto con la sua scelta dell’opzione nucleare). Sarebbe illusorio osservare sulla Tabella N.1 che a livello globale le situazioni debitorie di Stati Uniti e Giappone costituisco il vero problema, piuttosto che il debito italiano, perché una tale osservazione non terrebbe adeguato conto non solo del rapporto tra debito e Prodotto Interno Lordo (PIL), ma soprattutto della solida posizione che queste economie hanno guadagnato nel tempo agli occhi dei mercati. In sostanza in Europa, sebbene il debito tedesco non sia dissimile come, ordine di grandezza, da quello italiano o francese, i mercati riconoscono maggiore credito all’economia tedesca sia per la capacità di tenere sotto controllo il deficit, sia per affidabilità, comportamenti (p.e. capacità di onorare impegni e parola data), rigore, che in sé costituiscono da sempre preziosi "asset" immateriali dell’<azienda> Germania.

La fiducia dei mercati in una determinata economia nazionale e nella sua capacità produttiva è quindi bene prezioso che si acquisisce nel tempo dopo dure prove e duro lavoro, superando momenti spesso molto difficili, ma conservando sempre il rispetto per le regole del gioco produttivo, onorando soprattutto gli impegni presi. Per fare tutto questo ciascun "opificio nazionale" deve funzionare adeguatamente a mò di singola impresa; in breve e in versione WASP (White Anglo-Saxon Protestant) occorrono : hard work, team work and competence. Le società occidentali, sebbene in modo distintivamente diverso, sono storicamente state la culla di quello spirito (protestante) e di quell’etica (capitalistica) su cui ci ha lasciato saggi di ineguagliabile profondità Max Weber. Così questi valori, insieme ad un principio di integrità venivano metabolizzati nella civiltà occidentale moderna fino a qualche decennio precedente la fine dello scorso millennio, allorché – con la caduta della cortina sovietica - un cambiamento è intervenuto sospinto da istanze liberiste estreme che hanno, successivamente, condotto al libertarismo incontrollato.

 

Pil e Debito Pubblico

Ciononostante, salvo che in epoca moderna con l’avvento della globalizzazione, la moneta e la finanza, nate per volontà di entità sovrane detentrici dell’autorità pubblica e della forza militare su un territorio, sono state storicamente percepite come ancelle dell’impresa e non viceversa. L’intrapresa, il lavoro (come pure gli altri fattori della produzione : terra, capitale, organizzazione, conoscenze, etc.), la capacità di produrre beni e servizi sono stati intesi non soltanto come i fondamenti della ricchezza delle nazioni, concetto antico e consolidato nella cultura globale e nell’economia, ma il modo concreto in cui quella provvidenziale mano invisibile di cui diceva Adam Smith, operava nel concreto a favore del benessere dei popoli della terra e della loro evoluzione. La ricchezza degli stati nazionali è entrata a far parte determinante degli indici di sviluppo umano e il prodotto interno lordo pro capite è divenuto l’indice di massima sintesi per esprimere e valutare la ricchezza di una economia nazionale, come pure per valutare in che modo la ricchezza complessiva si distribuisce nel tempo sull’intero pianeta. Questa ricchezza, però, sebbene sia espandile attraverso l’impresa ed il lavoro, trova oggi un limite nello sfruttamento delle risorse materiali disponibili sul pianeta (..anche i cieli hanno un limite !..). L’atteggiamento complessivo delle nazioni sulla terra, però, anziché comprendere che i limiti insiti nell’attuale esistenza umana sono barriere universali, uguali per tutti, si muovono in modo conflittuale per accaparrarsi benessere, secondo vecchie concezioni, usando in modo violento l’arma della finanza, piuttosto che agire a livello globale in forma cooperativa e solidale per trovare soluzioni (per es. attraverso il controllo demografico, la ricerca sui problemi dell’energia, delle problematiche nutrizionali ed agro alimentari, dell’astronautica ed esplorazioni spaziali, del riciclaggio e la riduzione degli sprechi, dell’utilizzo produttivo degli anziani, etc.).

 

paesi in base al pil nominale

Fig.1

Europa, Finanza e Speculazione

Con la caduta della cortina sovietica, anche l’idea d’Europa, promossa e sospinta nel dopoguerra da ambienti americani quale argine all’avanzata comunista, che aveva già satellizzato i paesi dell’ex Comecon, perse l’impulso e gli scopi originari. Maastricht e la creazione dell’unione monetaria attraverso l’euro, sono stati, quindi, la naturale conclusione di un tentativo di attuazione di quei principi di libera circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro maturati dal Trattato di Roma in poi, visto che (secondo memorie conservate negli ambienti politici italiani) una proposta degasperiana di una unione federale degli stati europei trovò forte opposizione da parte francese, in sede di messa a punto e ratifica trattati nel ‘56-‘57, mentre la Germania era ancora spaccata in due sotto il controllo delle superpotenze vincitrici dell’ultimo conflitto mondiale. Ma la realizzazione dell’unità monetaria europea fu come gettare il cuore oltre l’ostacolo, poiché comportò la perdita della sovranità nazionale in campo monetario e finanziario in vista di una Europa unificata politicamente ed economicamente, che di fatto non è mai arrivata e che forse potrebbe non arrivare mai. La realizzazione di quell’unità monetaria fu fatta da “illuminate” élite nazionali che evitarono accuratamente consultazioni popolari europee al riguardo, essendo nel frattempo mutato il clima e l’intento generale, al punto che con molta probabilità una consultazione popolare avrebbe impedito il progetto soggiacente all’euro; esso fu peraltro presentato come necessitante in un mondo avviato verso la globalizzazione, dando quindi per scontate le scarse probabilità di sopravvivenza delle economie a più piccola scala. Di fatto, oggi, i paesi aderenti all’euro si trovano in una peculiare posizione di impotenza rispetto ad attacchi speculativi in campo finanziario per effetto della struttura e regole inadeguate della stessa unione monetaria. Il rafforzamento delle regole di stabilità e l’ipotesi di unione fiscale dell’eurozona intrapresi nel CONSIGLIO EUROPEO tenutosi a Bruxelles il 9 dicembre 2011 (per parte italiana senza uno specifico mandato parlamentare al riguardo), rischiano di essere inadeguate e di aumentare la confusione attuale, senza peraltro raggiungere lo scopo che potrebbe invece raggiungere una unione politica ed economica europea su basi federativa, con un governo federale espressione dei singoli stati membri, intatti nelle loro specifiche autonomie, competenze e sovranità.

E’ così che nel tempo la finanza – anche per effetto della sua internazionalizzazione – sembra abbia spodestato il potere degli stati nazionali europei; è così che la finanza appare oggi interpretabile come occulto o palese strumento di governo delle economie e delle vicende mondiali in generale. In questo contesto – specie nel considerare le dolorose sofferenze e la possibile fine di intere comunità nazionali - nascono antichi interrogativi sulla natura intrinseca della ricchezza e soprattutto sul suo utilizzo come strumento di conflitto, applicato in un campo che spazia tra i più nobili scopi di evoluzione dell’intero genere umano fino ai più ignobili degli obiettivi di potere e sfruttamento sugli altri, per ridurli ad una sorta di moderna schiavitù, ove perdono significato persino le più alte dichiarazioni di diritti associate nella storia alla persona umana. In questo contesto gioca un ruolo attivo da un lato la ricchezza delle nazioni, dall’altro il debito che esse hanno accumulato. La distribuzione geografica del debito pubblico rapportato al PIL mette in evidenza come – salvo alcune eccezioni – siano le società opulente a presentare un elevato debito, mentre quelle meno sviluppate sono le meno indebitate (vedi Fig.1 e 2).

 

debito pubblico rapportato al PIL

Fig. 2

Nel quadro di una finanza quale strumento di vera e propria guerra moderna tra diverse economie per il predominio e l’altrui sottomissione, la speculazione acquisisce, nel mondo moderno, un significato peculiare e viene presa di mira da movimenti di contestazione che ritengono di averne compreso la natura e gli obiettivi in connotazione antisociale. Senza, per questo, voler prendere posizione in questa sorta di conflitto aperto dai vari movimenti di contestazione, è però necessario far rilevare a fini informativi come tra i metodi di speculazione in borsa appaia particolarmente pernicioso l’utilizzo del cosiddetto High Frequency Trading (HFT) : programmi e piattaforme informatiche che con algoritmi complessi eseguono in frazioni di secondi anche milioni di transazioni di borsa, senza concluderne una, potendo così determinare per fini speculativi sul mercato il valore di un titolo o gruppi di titoli. E’ probabile che questo metodo abbia forti responsabilità nella crisi attuale italiana ed europea, poiché, come si può vedere sulla rivista Gnosis n.3/2009 del Sisde, i nostri Servizi di Sicurezza avevano ben segnalato la nostra esposizione ad azioni speculative per effetto del High Frequency Trading già a metà del 2009, ma è straordinario come da allora nessun provvedimento sia stato intrapreso. A nulla è valso il fatto che l’HFT sia stato oggetto anche di inchieste televisive (Rai News 24 – novembre 2011) che invocavano anche in modo più generalizzato un controllo ed una regolamentazione delle attività finanziarie a livello globale, come peraltro richiesto pubblicamente dalla Chiesa Cattolica e quella Anglicana con documenti pubblici ed appelli.

Nella regolamentazione della finanza, anche per effetto della volontà europea di adottare una Tobin tax, si è aperto un dibattito tra diverse scuole. Secondo alcuni non vi è nessun problema affinché l’Europa l’adotti, salvo la contrarietà inglese. Secondo altri invece, sarà difficile far cambiare la contrarietà degli Inglesi sulla Tobin tax e sull'euro, anche perché se l'EU decidesse per la tassa sulle transazioni finanziarie - per es. per scoraggiare la speculazione - non raggiungerebbe l'obiettivo, perché quelle transazioni speculative si sposterebbero su altre "piazze" (per es. N.Y., etc.)senza soddisfare né le esigenze UE, né quelle inglesi che dovrebbero accusare perdite valutate intorno a 50 miliardi di euro. Solo l'estensione a tutte le "piazze" della Tobin tax, come chiede Cameron, permetterebbe di raggiungere gli obiettivi europei senza penalizzare la piazza di Londra. Ma la condizione di "estensione globale" posta da Cameron è ritenuta - chissà perché - irrealizzabile! Anche se fosse così viene voglia di dire che Cameron qualche ragione ce l'ha: la costruzione europea non può certo essere fatta con le forzature e tantomeno con la forza, senza la solidarietà.

Altrove, nel contesto dell’eurozona in particolare, viene invece invocato di liberare le mani alla BCE per difendere l’euro, sebbene nell’opinione di molti questo rimedio possa funzionare solo nel breve periodo, poiché nel medio-lungo periodo o si fa l’Europa dandogli definitivo assetto federale, stabilità ed operatività, oppure l’euro crollerà. Allo stato attuale, però, gli europei non sembrano pronti, ed in particolare Francia e Germania, e presumibilmente non vogliono veramente un’Europa Unita, anche se in forma Federale. La paura della “perdita” (non soltanto in termini di identità nazionale) e quella del predominio non caratterizza soltanto l’asse Berlino-Parigi. Forse con un piccolo sforzo di franchezza si potrebbe riconoscere che insieme alla speculazione e alla crisi sono proprio questi “gli spettri che oggi sembrano aggirarsi per l’Europa” mettendo a repentaglio la fiducia dei mercati.

Debiti Sovrani e Rigore

Un ulteriore elemento di pregio - riconosciuto dai mercati finanziari, internazionalmente - caratterizza la Germania rispetto agli altri paesi europei; si tratta del rigore nel bilancio innalzato a simbolo, sino a farne un’arma per combattere le proposte che da più parti, ivi compreso da parte americana, invitano a dare maggiori poteri alla BCE per combattere la crisi attraverso strumenti finanziari adeguati (per es. eurobond, acquisti massicci di titoli europei per scoraggiare la speculazione, etc.). Poiché questi strumenti potrebbero però riflettersi in un allargamento del problema dei debiti sovrani essi vengono rifiutati. La fermezza della Germania sulle proprie posizioni, e soprattutto la sua dominanza in questa fase dopo il collasso della Grecia, ha portato al distacco del Regno Unito, che per certi versi era già prevedibile. In questi tempi di crisi, infatti, erano venuti a galla (per es. su YouTube) i discorsi che da sempre va facendo l’eurodeputato inglese Nigel Farage al Parlamento Europeo e soprattutto le sue accuse alla Commissione Europea. In molti avevano incominciato a sospettare che dietro tali accuse vi fossero concrete ragioni e non si trattasse di semplice “terrorismo finanziario”1 anglofilo; da parte del vasto pubblico si è scoperto, così, infatti, che le accuse di Nigel Farage mettevano veramente in evidenza la effettiva debolezza costituzionale dell’Euro e di tutti i Paesi dell’euro-zona, dovuta ad una incauta cessione della propria sovranità monetaria ad una Europa che non esiste ancora, che - peraltro - rifiuta una sovranità monetaria comune, che non si sa se potrà essere mai costruita; o forse sarebbe più giusto dire non si sa se si ha voglia di costruirla, specie da parte di chi vedrebbe necessariamente scemare il proprio predominio ricondotto ad un “primus inter pares” molto meno “gratificante” e conveniente di un vero primato da dominatore.

Il rigore tedesco è vero ed apprezzato dai mercati, ma è altrettanto vero che mentre la Grecia va in fiamme, l’Italia è costretta a continui sacrifici invocati e realizzati per tranquillizzare i mercati sull’elevato debito pubblico, nonché sulla capacità di ridurre a zero il deficit annuale. Appare, poi, veramente strano che Paesi come il nostro, specie dopo il drammatico declassamento di S&P, possa rappresentare nel sistema internazionale un elemento di garanzia per i propri titoli di stato equiparato a, se non peggiore di, quello di stati latino americani (Perù, Colombia, Messico, etc.) i quali, nonostante tutto possano piazzare sul mercato in determinati periodi i propri Titoli di Stato a rendimenti del 3-4 % , contro il 6-7% richiesto all’Italia, quasi che il rischio di solvibilità qui sembri scomparso aldilà delle triple, doppie o singole A e B attribuite dalle agenzie di rating a difesa dei cosiddetti investitori; quasi che l’economia reale e la ricchezza di un paese sia insignificante variabile esterna al problema. Ciò alimenta la domanda su chi si celi realmente dietro le Agenzia di Rating i cui “piloti” si dimettono quando sia preso di mira il mondo nordamericano, mentre invece restano in sella e prosperano nei momenti in cui è l’UE che viene ad essere attaccata. Ed è così, quindi, che diverse inchieste mandate in onda da reti televisive evidenzino come “sulla rete” incominci a prevalere la tesi del complotto che riconduce la situazione attuale ad una guerra sotterranea tra Dollaro ed Euro, nonostante si possa presumere che la situazione sia alquanto più complessa ed implichi necessariamente il chiarimento del ruolo geopolitico di lungo periodo dell’EU e della Germania all’interno di essa, specie in relazione all’ancora attuale dominante posizione degli USA, mentre si impongono sul panorama mondiale nuovi soggetti.

La passata crisi del dollaro si è sostanzialmente risolta attraverso l’intervento dello Stato Statunitense in barba ad ogni “attuale credo liberista” che avrebbe preteso il divieto di ogni aiuto di stato ad attività private. Ma questo atto può essere interpretato anche come la necessità che gli stati riacquistino il loro potere esautorato dalla finanza internazionale e soprattutto il loro potere di intervento nel controllo dell’evoluzione e della stabilità del sistema economico cui presiedono. Per molti sembra fuori di dubbio che tali fatti sanciscano una sconfitta di audaci impostazioni “libertariste” senza limiti e senza regole generate dal “tatcherismo-reganiano” ed implichino la necessità per il mondo occidentale tutto di riconsiderare – sotto luce nuova, usando correttivi dell’esperienza – nuove forme di impostazioni keynesiane dell’economia, rettificate nei loro vecchi eccessi. Tutto il mondo del lavoro, ma non solo, sembra ormai invocare internazionalmente questo tipo di impostazione e gli Stati Uniti, con la presidenza Obama, sembrano confermare segnali in tale direzione non come mero strumento di acquisizione di consenso elettorale, ma come visone di criteri ispiratori per superare le sfide della globalizzazione.

Allora l’Europa - intimidita dalle prestazioni tedesche – si interroga su quelle politiche di “expansionary austerity” (così definite da un certo mondo di economisti americani) che sono presentate come la cura alla crisi europea. I dubbi sull’efficacia della cura sono giunti al punto di porsi seri interrogativi su una Grecia umiliata e affamata, una UK che fugge dall’Europa, una Germania che - nelle circostanze presenti – prospera, finanziando grazie al suo virtuoso rigore il suo debito pubblico, più alto di quello dell’Italia, a tassi nulli o negativi. Per alcuni pensatori estremi l’insieme di questi elementi sembra dimostrare che:

- per una singola nazione europea non è vero che fuori dall'euro non si sopravviva : vedi per es. UK;

- soprattutto dentro l'euro si fallisce : vedi Grecia che ne vuole uscire;

- dentro l'euro si può prosperare se e solo se si è tra coloro che praticano e dirigono la virtù dell’austerità : vedi Germania.

In molti si chiedono, dunque, che cosa ci attende? In un editoriale sul New York Times il Nobel dell’economia Paul Krugman sembra dare queste risposte : “ L’austerity ci ucciderà tutti, non solo nel lungo, ma anche nel breve periodo.. La ragione? Nessuno capisce il debito!” Così si giunge a prendere atto che i paesi aderenti all’area euro e alla UE hanno tutti ceduto pezzi consistenti della propria sovranità nazionale in vista di un progetto europeo che potrebbe non essere mai completato e che in ogni caso sarebbe dominato da partner non disponibili al solidarismo reciproco in cambio del mantenimento di una coesione generale europea.

Tutto questo, insieme ai recenti declassamenti europei operati dalla S&P, viene letto - quantomeno nel migliore dei casi - in termini di prove di coesione di un’Europa eventualmente unita economicamente e politicamente davanti a difficoltà sopravvenienti per qualunque causa (magari anche intenzionalmente provocata!).

 


1 Sembra che sin dall’inizio Nigel Farage si sia candidato in politica con l’obiettivo preciso di “demolire” questa tipo di unione monetaria europea.


Il Dollaro, l’Euro, lo Sviluppo

 

Per le ragioni sopra esposte non sembra fuori luogo tornare a riflettere sul dollaro statunitense, seppure in forme inusuali, visto anche ciò che questa moneta ha rappresentato per lo sviluppo, non solo dell’Europa post-guerra, ma dell’intero pianeta, venendo additata talvolta come strumento per la realizzazione del sogno americano del benessere generalizzato e talvolta come strumento di sfruttamento e moderno colonialismo, quasi assurgendo a simbolo di quella “coincidentia oppositorum” che è sempre stata data al denaro nei secoli.

Dollaroeuro

Osservando e provando a riflettere su The Great Seal of The United States of America – da sempre lo stesso, come le cose antiche, quelle che contano e valgono in se stesse - troviamo diversi spunti : Annuit Coeptis - Novus Ordo Seclorum - In God We Trust - E Pluribus Unum. Tra refusi lungi dal simboleggiare la perfezione dell’umana conoscenza, e simbolismi che rinviano alla riflessione metafisica, si va dall’affermazione sulla libera intrapresa, a quella su un nuovo ordine e sulla riposta fiducia in Dio, nonché sull’unità nella pluralità. Visto chi ci scruta dall’alto della piramide, il simbolismo, almeno nelle apparenze, può apparire rassicurante, almeno per coloro che aderiscono ad un credo monoteista: i padri fondatori hanno chiaramente espresso sulla banconota da 1 dollaro la loro fiducia in Dio; mentre i padri fondatori dell’euro e dell’eurozona hanno rimosso dalla Costituzione Europea anche un flebile riferimento alle radici giudaico-cristiane della civiltà europea. Anche qui ci si domanda perché!

Sebbene non si tratti di un confronto, non si può fare a meno di rilevare, poi, che in un caso siamo di fronte ad una moneta di uno stato sovrano, mentre nell’altro caso siamo di fronte ad una aggregazione di stati non più sovrani, avendo ciascuno di essi rinunciato alla propria sovranità monetaria e – a breve – anche a quella fiscale, oltre che aver aperto alla libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone nell’ambito dell’Unione.

Non si può, infine, non riflettere sui tempi in cui il dollaro è stato moneta unica di riferimento sul mercato mondiale e come esso abbia promosso sviluppo al punto che un esame geopolitico sullo sviluppo e il debito non può che sottolineare quella correlazione oggi esistente – quantomeno storicamente e geograficamente - per cui non vi è sviluppo li dove non vi è debito: le mappe qui riportate (Fig.1 e 2) dovrebbero chiarire sufficientemente questo concetto. Da qui si comprende, forse, anche l’affermazione sopracitata del Prof. Krugman quando sostiene che nessuno comprende il debito! Certo è che dal momento dell’apparizione dell’euro si è registrata una costante discesa (da quasi il 75% fino al 60%, se non meno) di riserve allocate in dollari (vedasi Fig.3).

 

Reserves

The US dollar and the Euro make up 90% of Allocated Reserves globally.

Unallocated  Reserves are not included in this graph, although they make up over 45% of total world foreign exchange holdings

(Fonte : Wikipedia). Fig. 3

Di fronte a queste considerazioni e riflessioni, specie in questi tempi di “expansionary austerity” ci si interroga sulla vera natura del debito degli stati, che sembra essere stato in modo inequivocabile il promotore dello sviluppo in passato. In particolare il debito mondiale aggregato appare invece che un nefasto carattere dell’economia globale, piuttosto come una sorta di “fattore di scala” a cui l’economia globale funziona, fattore che esprime la ricchezza nelle mani degli operatori complessivamente. Tale ricchezza è e rimane effettiva e concreta sino a quando l’economia globale opera in uno situazione di reciproca fiducia tra i suoi operatori, ma essa, la ricchezza, diviene volatile nel momento in cui la fiducia tra i diversi operatori viene meno. Il debito globale quindi è un fattore critico, che nel tempo ed a seguito delle economie più forti che sono emerse, cambierà il suo mix attuale, ma non cambierà certamente questa sua naturale volatilità strettamente connessa alla “fiducia” tra gli operatori e soprattutto tra gli stati che il debito hanno accumulato o accumuleranno. In questo cambiamento, in sostanza, permane la centralità dell’elemento “fiducia” , quasi a ricordare ai “ricchi” che la loro ricchezza è transitoria e può – ora come ora – scomparire da un momento all’altro. Il punto centrale è che questa “volatilità e aleatorietà” della ricchezza non è ben accetta dagli operatori economici che corrono al riparo verso beni rifugio (di qualunque genere) senza quasi tenere presente che una crisi generalizzata è la fine di ogni ricchezza. Ci si domanda allora se siano i clienti a non avere più fiducia delle banche o se non siano le banche a diffidare delle banche; se siano gli elettori a non avere fiducia della politica o se non sia la politica ad avere sfiducia nella Politica; se siano i cittadini a non avere fiducia degli Stati o se non siano gli Stati a sfiduciare gli Stati. Ma che cosa c’è dietro ogni banconota, ogni azione, titolo di stato, cambiale o “pagherò” di qualunque titolo, se non la fiducia tra coloro che li scambiano, convinti che gli impegni verranno onorati? Insomma, in questo contesto assume un significato pieno quel motto degli antichi padri fondatori “In God we trust” comeunico elemento – la fiducia – che può conservare la ricchezza complessiva. Ovviamente l’espandersi della ricchezza la rende sempre più volatile ed aleatoria e quel motto è sempre li a ricordarci che si tratta in definitiva di valori terreni: chiunque voglia possederli deve accettarne la “natura contingente e non immanente”!

Alcune Domande Su Temi Recenti

Senza voler e poter trarre conclusioni, restano aperti numerosi interrogativi di cui quelli che seguono sono solo una parte.

L’Italia è veramente li dove S&P la colloca con l’ultimo declassamento (cioè insieme ad alcuni paesi latino-americani) oppure, piuttosto, è li che la si vuole?

Come può funzionare un'Europa unita (tra breve pare anche fiscalmente) se la solidarietà tra gli stati è inesistente (vedi Grecia)?

E' vero che in UE si vuole la partecipazione del capitale privato al Fondo Salvastati?

Pensando a casi di insolvenza (allorquando il Fondo Salvastati fosse intervenuto) non viene da pensare che è in vendita la sovranità nazionale residua dei paesi deboli, che hanno aderito al progetto dell'Euro prima che sia stata fatta l'Europa e soprattutto gli Europei?

Pur conservando fiducia e stima nei confronti dei Governi, l'emergenza dell'Euro giustifica l'adesione all' unione fiscale europea senza un mandato parlamentare dei paesi coinvolti che l'abbiano accettata?

Visto che i paesi indebitati sono quelli ricchi non viene da pensare che senza il debito (e solo con il rigore) non ci possa essere crescita e sviluppo?

I dati storici mostrano chiaramente un trend del debito mondiale che raddoppia ogni 15-20 anni. Nasce quindi automatica la correlazione tra debito e sviluppo! Quindi, il debito è l'effetto o la causa dello sviluppo?

Il debito globale non è il fattore di scala a cui opera l’economia globale e quindi è indice dell’aleatorietà e volatilità della ricchezza?

Perché, mentre i padri fondatori degli USA hanno chiaramente espresso sulla banconota da 1 dollaro la loro fiducia in Dio, i padri fondatori dell’euro e dell’eurozona hanno rimosso dalla Costituzione europea anche un flebile riferimento alle radici giudaico-cristiane della civiltà europea?

Le moderne tendenze alla concentrazione dei traffici commerciali che si accompagnano allo schiacciamento dei produttori, attraverso risibili prezzi imposti per il prodotto venduto, e ad una società di consumatori con un potere di acquisto sempre più ridotto : in che modo si può far nascere aspettative di sviluppo e di progresso, senza piuttosto ingenerare rivolte sociali in chi vede in tali tendenze un chiaro segno del proprio forte ridimensionamento?

Ci sarà mai qualcuno, politico o economista che sia, capace di rispondere "onestamente" a queste domande?

 

Appello

Come si può essere insensibili al dolore che emana dalla Terra e ormai reclama la necessità di un solidarismo globale improcrastinabile attuato da un Governo Unico delle Nazioni, con una moneta unica e una intrapresa globale che porti tutti gli abitanti della Terra a quella dignità della persona umana che può dare solo il lavoro e a quella decenza di vita che può dare solo la capacità di accesso ai consumi per un minimo di sussistenza civile.

Chi potrà mai realizzare un tale obiettivo se non un nuovo ordine internazionale che consideri le necessità e le possibilità di tutti i popoli della Terra, nella diversità delle culture, delle religioni, dei risultati acquisiti e acquisibili da ciascuno di essi, nella propria terra, senza l’umiliazione delle migrazioni per motivi di sopravvivenza o per persecuzioni politiche.

Intanto nella percezione cosciente del momento grave si rinvenga il senso dell’ impegno, si ridimensioni il valore mercantile delle proprie azioni, si riscoprano il valore dell’uscita dalle scene e del rifugio nel silenzioso dovere, nella riflessione e, ciascuno a suo modo, nella preghiera, quasi confidando, secondo il proprio credo, in una sorta di nuova pentecoste……..ut Veniat Regnum Tuum…..