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Generazione Millennials

GENERAZIONE MILLENNIALS…

DISILLUSA, INTRAPPOLATA NEL  MISMATCH

E PRONTA ALLA FUGA

BARBERIS MARIA RITA

Incertezza generale sul futuro, scarse prospettive professionali e di carriera, lotta contro il “vuoto” e attaccamento al presente. E’ questo il profilo che le ricerche e le statistiche tratteggiano dei millennials, la generazione dei giovani che si trovano nella fascia di età tra i 15 ed i 35 anni. In un Paese che invecchia, i giovani rappresentano una risorsa rara e sono lo specchio del futuro. Eppure oggi le nuove generazioni vengono parzialmente utilizzate e sono confinate ai margini della vita economica-politica-sociale. La loro voce è schiacciata dall’incapacità dell’Italia di costruire opportunità, come sostiene il rapporto OCSE 2015, di creare un assetto di politiche espansive in grado di superare la forbice tra redditi  e disuguaglianze nell’accesso alla formazione ed al lavoro. Abbiamo un sistema che fonda i suoi pilastri sulle basi della precarietà, sulla scarsità di strategie di lifelong lerning e di accesso all’istruzione, su un mercato del lavoro che investe poco sulle competenze e l’innovazione.

 

C’è un’iniquità generazionale che blocca l’ingresso nella vita adulta a ventenni e trentenni, disillusi e consapevoli che al termine del percorso di studi inizierà la loro lotta, il loro cammino lungo e faticoso in un sistema di raccomandati, burocrazia, scarsa meritocrazia. L’esito finale è spesso un senso di frustrazione ed un arretramento delle condizioni economiche/lavorative rispetto alle generazioni precedenti.

 

Sono poche le sacche di eccellenza disponibili per affermarsi e spesso si raggiungono in età avanzata. La maggioranza dei giovani si trova così di fronte a scelte importanti: rischiare e giocare le carte (sempre più opzionate) di andare all’estero in cerca di un futuro più soddisfacente oppure restare nel loro Paese senza grosse prospettive di crescita a causa dell’attuale mercato del lavoro, che ha subito un cambiamento strutturale dovuto alla crisi economica, alle riforme di mercato, al progresso tecnico informatico. Quest’ultimo in particolare ha favorito l’espansione delle professioni ad alta qualifica  e di quelle a bassa qualifica (attività manuali) ed ha prodotto una diminuzione delle mansioni lavorative di livello intermedio, cosiddette impiegatizie, routinarie, le più accessibili e desiderate,  che sono state sostituite dal computer.

 

 

Le scarse opportunità occupazionali unite alle condizioni di inquadramento svantaggiose   hanno determinato l’indebolimento della posizione occupazionale giovanile, fattore presente anche in altri Paesi Europei e la nascita di una generazione fragile, vulnerabile, dove  i diplomati (i più sotto inquadrati) si trovano a competere con i non diplomati per ricoprire posizioni medio basse  ed i laureati competono con i diplomati e si adattano a svolgere lavori che risultano spesso incongruenti con il titolo di studio terziario.

Questo determina situazioni di mismatch, ovvero di disallineamento tra domanda ed offerta di lavoro. Nel momento in cui il livello di qualificazione di un lavoratore è superiore o inferiore rispetto al lavoro che svolge, si parla di mismatch verticale che può essere over o undereducated. Tra i due l’aspetto più preoccupante è quello overeducated, in cui i giovani dopo gli studi si trovano a svolgere lavori che richiedono competenze   inferiori rispetto a quelle apprese a scuola. C’è l’effetto mismatch anche quando le competenze scolastiche sono disallineate ed inappropriate rispetto al lavoro svolto.

Da tali circostanze ne consegue un sottoinquadramento dei giovani lavoratori, un peggioramento della qualità delle mansioni ed una inevitabile insoddisfazione a livello personale ed economico. Mentre a livello sociale si assiste ad un ridotto contributo alla crescita del Paese da parte del capitale umano qualificato.

 

Ad acuire le difficoltà per i giovani scolarizzati di trovare una occupazione è l’aspirazione ad un lavoro dipendente a scapito di uno autonomo; il principio del Last-in-first-out (ultimo ad entrare in azienda primo ad uscire, ovvero ad essere licenziato) e la presenza di aziende poco evolute nelle specializzazioni, che tendono a ricercare figure tradizionali privilegiando di più l’esperienza  lavorativa e le qualifiche professionali informali piuttosto che   le qualifiche formali

 

Siamo di fronte ad una vera e propria crisi generazionale, che deve essere affrontata nei migliori dei modi.

 

Innanzitutto il consiglio primario da dare ai giovani è quello di  non stare con le mani in mano in attesa degli eventi. E’ noto che dopo il conseguimento del titolo di studio rimanere inattivi per anni può avere gravi conseguenze sull’intero arco della carriera lavorativa. Desiderare di affermarsi e di emergere dal mondo ordinario significa agire per tempo ed avere la consapevolezza che l’istruzione, la conoscenza, l’aggiornamento sono fattori di successo perché assicurano comunque maggiori opportunità occupazionali-reddituali   e proteggono dal rischio della disoccupazione e della dequalificazione.

I giovani in possesso del solo titolo di licenza media hanno più probabilità di rimanere esclusi dal mercato del lavoro rispetto ai loro coetanei diplomati e laureati (soprattutto nell’area tecnico-scientifica). Cultura e formazione non possono e non devono essere a disposizione solo di chi è benestante o di chi ha una famiglia che conosce le regole del gioco. Anche a chi non possiede adeguate risorse economiche deve poter essere garantita la stessa possibilità di istruzione di chi è più avvantaggiato.

 

Ai giovani bisogna insegnare la capacità di analisi e di interpretazione dei fatti, della realtà e spiegare che i percorsi di vita possono essere segnati da insuccessi, fallimenti, delusioni, come insegna la storia, ma che comunque bisogna credere nei propri sogni, combattere per i propri ideali, risollevarsi e reinventarsi dopo il crollo senza perdere l’entusiasmo. Dobbiamo imparare la resilienza e non   disperdere le energie nell’autocommiserazione.

 

A livello istituzionale è necessario intervenire con riforme serie volte ad eliminare le criticità della transizione  attuale tra scuola e lavoro. In particolare il sistema di istruzione deve essere più vicino alle esigenze del mercato e le imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni, devono investire maggiormente nella formazione delle giovani  risorse umane.

 

Occorrono politiche efficaci che sappiano valorizzare cultura e formazione, anche se i risultati sono visibili nel lungo termine. Servono idee chiare su dove si vuole andare, su quali obiettivi raggiungere. Ci vogliono università d’eccellenza, docenti preparati, programmi scolatici allineati alle esigenze del mercato.

 

Visti i cambiamenti in corso non è sufficiente scolarizzarsi, bisogna creare una rete di buone pratiche, tra cui coltivare le competenze soprattutto quelle più all’avanguardia ed incentivare i percorsi di studio STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Le politiche formative devono giocare un ruolo decisivo nel ridare ai giovani la dignità che meritano, considerandoli una priorità nazionale come previsto dalla strategia Europa 2020, diversamente la generazione millennials è condannata alla disoccupazione e/o al working poor.