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Home Studi - Proposte - Varie Sociale-Economia-Politica Europa, Europa ... quo vadis?

Europa, Europa ... quo vadis?

 

Nella riflessione “popolare” va diffondendosi sempre più la consapevolezza che i destini dell’Italia e dei paesi membri dell’Unione Europea siano indissolubilmente connessi a quelli del progetto di Europa Unita che ha innamorato in gioventù molti di noi, ma che in realtà si è trasformato in un progetto non completato nonostante la ceduta sovranità nazionale, specie in materia monetaria.

 

In vista della competizione elettorale il Prof Monti, nel candidarsi per una “scelta civica”, ha proposto un’agenda intitolata “CAMBIARE L’ITALIA, RIFORMARE L’EUROPA - UN’AGENDA PER UN IMPEGNO COMUNE - PRIMO CONTRIBUTO AD UNA RIFLESSIONE APERTA”.

 

Prescindendo dalle categorie di “sinistra”, “centro”, “destra”, noi dell’Associazione Ambiente e Società ci siamo domandati se non esistessero già contributi “popolari” che possano essere, su un tema che ci sta a cuore da sempre, utili a quella “riflessione aperta” sul cambiamento europeo.

 

Perciò ci siamo peritati di andare a rispolverare l’Appello intitolato “Un’altra strada per l’Europa” che è stato formulato nel marzo 2012 e riportato nell’ebook disponibile in rete  “La rotta d’Europa” (edito da http://www.sbilanciamoci.info/ebook).

 

Al di là degli orientamenti e delle scelte politiche di ciascuno, i contenuti dell’appello, che nascono da una vasta riflessione su diversi argomenti di economia, politica e problemi istituzionali europei, ci sono sembrati degni di essere conosciuti (quantomeno da associati e simpatizzanti) e per questo li riportiamo qui di seguito, rinviando coloro che fossero desiderosi di “approfondimenti” all’intero lavoro che emerge dai due ebook, uno sull’ Economia e l’altro sulla Politica de “La rotta d’Europa”.

 

Ci siamo, inoltre, chiesti se in una “riflessione aperta” i temi e suggerimenti dell’appello non possano trovare uno spazio ed una condivisione, per essere veicolati in Europa da una voce autorevole, credibile ed affidabile, così come è ritenuta quella del Prof. Monti.

Appello europeo

“Un’altra strada per l’Europa”

 

L’Europa è in crisi perché è stata sequestrata dal neoliberismo e dalla finanza. Negli ultimi vent’anni il significato dell’Europa – con un persistente deficit democratico – si è sempre più ridotto a una visione ristretta del mercato unico e della moneta unica, portando a liberalizzazioni e bolle speculative, perdita di diritti ed esplodere delle disuguaglianze. Questa non è l’Europa che era stata immaginata decenni fa come uno spazio di integrazione economica e politica, libera dalla guerra. Questa non è l’Europa che era stata costruita attraverso gli avanzamenti economici e sociali, l’estensione della democrazia, dei diritti e del welfare. Questo progetto europeo è ora in pericolo. Alla crisi finanziaria, le autorità europee e i governi nazionali hanno dato risposte irresponsabili; hanno salvato le banche private, ma hanno rifiutato di intervenire con gli strumenti dell’Unione monetaria per arginare le difficoltà dei paesi più indebitati; hanno imposto a tutti i paesi politiche di austerità e tagli di bilancio che saranno ora inseriti nei Trattati europei. I risultati sono che la crisi finanziaria si estende a quasi tutti i paesi, l’euro è in pericolo, si profila una nuova grande depressione, c’è il rischio della disintegrazione dell’Europa. L’Europa può sopravvivere soltanto se cambia strada. Un’altra Europa è possibile. L’Europa deve significare giustizia sociale, responsabilità ambientale, democrazia e pace. E’ questa la strada indicata da una parte importante della cultura e della società europea. E’ questa la strada indicata dai movimenti per la giustizia e la dignità, dalle proteste contro le politiche di austerità dei governi. Ma questa strada è stata ignorata dalle forze politiche dominanti in Europa.

Quest’altra Europa non è un nuovo superstato, né una burocrazia intergovernativa. Una forma di governo democratico dell’Europa è necessaria se vogliamo affrontare le sfide globali su cui gli stati nazionali non sono in grado di intervenire. La strada per un’altra Europa deve far convergere visioni di cambiamento, proteste sociali, politiche alternative verso un quadro comune. Proponiamo sei obiettivi da cui partire:

 

Ridimensionare la finanza. La finanza – all’origine della crisi – dev’essere messa nelle condizioni di non devastare più l’economia. L’Unione monetaria dev’essere riorganizzata e deve garantire collettivamente il debito pubblico dei paesi che adottano l’euro; la Banca Centrale Europea deve diventare il prestatore di ultima istanza dell’Unione. Non può essere accettato che il peso del debito distrugga l’economia dei paesi in difficoltà. Tutte le transazioni finanziarie devono essere tassate, devono essere ridotti gli squilibri prodotti dai movimenti di capitale, una regolamentazione più stretta deve impedire le attività più speculative e rischiose, dev’essere reintrodotta la divisione tra banche commerciali e banche d’investimento, si deve creare un’agenzia di rating pubblica europea.

 

Integrare le politiche economiche. L’Europa deve andare oltre vecchi e nuovi Patti di Stabilità, oltre le politiche limitate a mercato e moneta unica. Le iniziative dell’Europa devono affrontare gli squilibri dell’economia reale e cambiare la direzione dello sviluppo. In campo fiscale occorre armonizzare la tassazione in Europa, spostando il

carico fiscale dal lavoro alla ricchezza e alle risorse non rinnovabili, con nuove entrate che finanzino la spesa a livello europeo. La spesa pubblica – a livello nazionale e europeo – dev’essere utilizzata per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici. Le politiche industriali e dell’innovazione devono orientare produzioni e consumi verso maggiori competenze dei lavoratori, qualità e sostenibilità. Gli

eurobond devono essere introdotti non solo per rifinanziare il debito, ma per finanziare la riconversione ecologica dell’economia europea.

 

Aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze. I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa. Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, e hanno riportato le disuguaglianze ai livelli degli anni trenta, le priorità per l’Europa sono la creazione di un’occupazione stabile e con salari più alti - specie per le donne e i giovani -, la tutela dei redditi più bassi e la protezione dei diritti sindacali, la contrattazione collettiva e la democrazia sui posti di lavoro.

 

Proteggere l’ambiente. La sostenibilità, l’economia verde, l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia devono essere il nuovo orizzonte dello sviluppo europeo. Tutte le politiche devono tener conto degli effetti ambientali, ridurre il cambiamento climatico e l’uso di risorse non rinnovabili, favorire le energie pulite, l’efficienza energetica, le produzioni locali, la sobrietà dei consumi.

 

Praticare la democrazia. Le forme della democrazia rappresentativa attraverso partiti e governi – e il dialogo sociale tra organizzazioni che rappresentano capitale e lavoro –sono sempre meno capaci di dare risposte ai problemi. A livello europeo, il processo di decisione comune è sempre più rimpiazzato dal potere del più forte. La crisi toglie legittimità alle istituzioni europee; la Commissione opera sempre più come una burocrazia di supporto ai paesi membri più forti, la Banca centrale non risponde ai cittadini, e il Parlamento europeo non utilizza appieno i suoi poteri ed è ancora escluso delle decisioni chiave sull’economia. In questi decenni i cittadini europei sono stati protagonisti di movimenti sociali e pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa – dai Forum sociali europei alle proteste degli indignados. Queste esperienze hanno bisogno di una risposta istituzionale. Occorre superare il divario tra i cambiamenti sociali di oggi e gli assetti istituzionali e politici che sono fermi a un’epoca passata. Le società europee non devono richiudersi in se stesse. L’inclusione sociale e politica dei migranti è una prova essenziale del grado di democrazia dell’Europa. Legami più stretti vanno costruiti con i movimenti per la democrazia nei paesi dell’Africa mediterranea che hanno rovesciato regimi autoritari.

 

Fare la pace e difendere i diritti umani. L’integrazione europea ha consentito di superare conflitti vecchi di secoli, ma l’Europa resta responsabile della presenza di armi nucleari, di strategie militari aggressive e di un quinto della spesa militare mondiale: 316 miliardi di dollari nel 2010. Con gli attuali problemi di bilancio, drastici tagli e razionalizzazioni della spesa militare sono indispensabili. La pace in Europa non viene dalla proiezione di forza militare, ma da una politica di sicurezza umana e comune, che può costruire la pace e garantire i diritti umani. L’Europa si deve aprire alle nuove democrazie del Medio oriente, così come si era aperta ai paesi dell’Europa dell’est dopo il 1989. Proponiamo di portare quest’agenda per un’altra Europa al Parlamento europeo

e alle istituzioni dell’Europa. Questo nuovo significato dell’Europa è già visibile nelle mobilitazioni comuni dei cittadini, nelle reti europee di società civile, nelle lotte del sindacato; ora deve influenzare la politica e i processi di

decisione dell’Europa. Trent’anni fa, all’inizio della “nuova guerra fredda” tra est e ovest, l’Appello per il disarmo nucleare europeo lanciava l’idea di un’Europa libera dai blocchi militari e chiedeva di “cominciare ad agire come se un’Europa unita, neutrale e pacifica già esistesse”. Oggi, nella crisi dell’Europa della finanza, dei mercati,

della burocrazia, dobbiamo cominciare a mettere in pratica un’Europa egualitaria, di pace, verde e democratica.

 

Riflettendo poi su quanto l’attuale stato sociale cui sono stati condotti i paesi periferici dell’Europa sembri contraddire i principi fondanti di sviluppo e progresso dei Popoli che hanno ispirato l’Unione, siamo automaticamente tornati con la mente ai fondamenti della democrazia, ovvero a quella parte più nota della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo che Jefferson ha lasciato in eredità al genere umano:

 

Noi riteniamo queste verità di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. - Che per garantire questi diritti, i governi sono istituiti tra gli uomini, derivando i loro giusti poteri dal consenso dei governati, - che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo diviene distruttiva a tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o abolirlo , e istituire un nuovo governo, che si fondi su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri meglio atta a procurare la sua sicurezza e felicità.

 

Interpretando lo spontaneismo associativo generato dalla complessità della moderna società come reazione rivolta al tentativo di cura dei mali sociali che ci affliggono, ci chiediamo se i movimenti spontanei, civici, di piazza e associativi - che si vanno diffondendo in Italia ed in Europa, proprio mentre uno dei suoi più importanti partner come il Regno Unito si pone l’interrogativo del rinnovo della propria adesione - non  sottendano la “consapevolezza popolare” di quei diritti ereditati da Jefferson,  di poter disfare ogni costruzione umana per amministrare il potere quando tale costruzione si riveli impedimento alle istanze ed attese di popoli interi.

 

Coerenti con la nostra missione associativa desideriamo promuovere responsabilmente, al di là di ogni schieramento politico, una sincera riflessione allargata senza fingere – da europeisti veri – un europeismo di maniera e di convenienza, semplicemente rispettoso di quell’ ”ortodossia corrente” che per mero interesse di parte si allontanerebbe necessariamente dalla Verità!

 

Consapevoli della fondatezza del nostro modello di fare ambiente nell’ambiente e di fare società agendo nella società abbiamo la presunzione di proporre queste note non tanto e non solo nella veste di associazione, bensì nella convinzione di interpretare quel diffuso sentire di

 

Noi, il Popolo.

 

Nel “Giorno della Memoria”  –  27/01/2013