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Home Studi - Proposte - Varie Sociale-Economia-Politica ECONOMIA DELLA PAURA?

ECONOMIA DELLA PAURA?

LO AVEVAMO INTUITO E UN PREMIO NOBEL PER L’ECONOMIA ORA CE NE PARLA APERTAMENTE.

Vedi l’articolo del Prof. Krugman al seguente link:
http://www.nytimes.com/2013/12/27/opinion/krugman-the-fear-economy.html?smid=tw-NytimesKrugman&seid=auto


Nel recente Convegno tenutosi ad Assisi il 22/11/2013 la nostra Associazione Ambiente e Società ha presentato una breve relazione in cui ha stigmatizzato - in maniera autonoma rispetto ad altri soggetti presenti - alcuni avidi comportamenti, sregolatezze e fatti economico-sociali che abbiamo poi ritrovato addirittura “condannati” nella “Evangelii Gaudium”. Condanna sostanzialmente espressa verso i presupposti della finanza e dell’economia del nostro tempo per aver rotto regole di equità, per aver dimenticato l’Uomo di fronte al predominio del denaro e del profitto, per aver anteposto l’avidità e l’egoismo ai fini ultimi per cui l’Uomo è qui sulla Terra, cioè : comprendere la Creazione ed il dono di essa all’Uomo da parte del Creatore, cui esprimere rispetto e gratitudine.
Nello stesso Convegno  abbiamo chiaramente parlato della potenziale minaccia di alcune tendenze moderne che ritenevamo interpretabili nelle ragioni di fondo di alcuni approcci ultra-liberisti ravvisabili nella moderna società globale: il “management attraverso la paura” che può sfociare nel “potere attraverso la paura”.
Ora il premio Nobel dell’Economia Paul Krugman attraverso un articolo apparso il 27/12/2013 sul N.Y.T.  parla esplicitamente di quella che il mondo del lavoro sta vivendo come “Economia della Paura”. L’articolo, intitolato “The Fear Economy”, termina con questo concetto: “Troppi americani vivono attualmente in un clima economico di paura. Ci sono molti passi che possiamo intraprendere per porre fine a tale stato di cose, ma il più importante è quello di mettere il lavoro (lett. : i lavori) all'ordine del giorno”.
Vogliamo riportare qui di seguito la traduzione in Italiano dell’articolo del Prof. Krugman per coloro che non riuscissero a coglierne il senso nella versione originale.


The Fear Economy
By Paul Krugman
Pubblicato : 26 dicembre 2013
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Più di un milione di disoccupati americani sono in procinto di ottenere il più crudele dei "doni "di Natale. Stanno per avere i loro sussidi di disoccupazione tagliati. Vedete, Repubblicani al Congresso insistono che se non avete trovato un lavoro dopo mesi di ricerche, deve essere perché non lo state cercando abbastanza duramente. Quindi è necessario un ulteriore incentivo sotto forma di pura disperazione.

Come risultato, la situazione dei disoccupati, già terribile, è in procinto anche di peggiorare. Ovviamente coloro che hanno un lavoro stanno molto meglio. Tuttavia, la persistente debolezza del mercato del lavoro prende un pedaggio su di loro, troppo. Allora parliamo un po' della situazione degli occupati. Alcune persone vorrebbero far credere che i rapporti di lavoro sono proprio come qualsiasi altra operazione di mercato; i lavoratori hanno qualcosa da vendere, i datori di lavoro vogliono comprare ciò che essi offrono , e semplicemente essi fanno un accordo. Ma chiunque abbia mai avuto un lavoro nel mondo reale - o , se è per questo, visto un cartone animato Dilbert - sa che non è così.

Il fatto è che l'occupazione comporta generalmente un rapporto di potere: avete un capo che vi dice cosa fare, e se vi rifiutate, potete essere licenziati. Questo non deve essere una cosa negativa . Se i datori di lavoro apprezzano i loro lavoratori, non faranno richieste irragionevoli. Ma non è una semplice transazione. C'è un classico della musica country dal titolo "Prendi Questo Lavoro e Spingilo”. Non c'è e non ci sarà una canzone intitolata "Prendi Questo Consumatore Durevole e Spingilo".

Quindi, l'occupazione è un rapporto di potere, e l'alta disoccupazione ha notevolmente indebolito la posizione già debole dei lavoratori in quel rapporto.

Possiamo effettivamente quantificare tale debolezza, cercando il tasso di uscita - la percentuale di lavoratori che lasciano volontariamente il posto di lavoro (al contrario di quelli licenziati) ogni mese . Ovviamente, ci sono molte ragioni per cui un lavoratore potrebbe desiderare di lasciare il suo lavoro. Smettere è, però, un rischio; a meno che un lavoratore abbia già un nuovo lavoro in attesa, lui o lei non sa quanto tempo ci vorrà per trovare un nuovo lavoro, e come quel lavoro sarà a confronto di quello vecchio.

E il rischio di smettere è molto maggiore quando la disoccupazione è alta, e ci sono molte più persone in cerca di occupazione che opportunità di lavoro.
Di conseguenza, ci si aspetta di vedere un rialzo dei tassi di uscita (dall'impiego) durante il boom, e una caduta durante crolli (dell’economia) - e, anzi, questo è ciò che succede. Le uscite sono precipitate nella recessione 2007-9, e sono solo parzialmente rimbalzate, riflettendo la debolezza e inadeguatezza della nostra ripresa economica.

Ora pensate a cosa significa questo per il potere contrattuale dei lavoratori. Quando l'economia è forte, i lavoratori hanno il potere. Essi possono lasciare se sono scontenti del modo in cui sono trattati e sanno che possono trovare rapidamente un nuovo lavoro se sono lasciati andare. Quando l'economia è debole, però, i lavoratori hanno una mano molto debole, e i datori di lavoro sono in grado di farli lavorare duramente, li pagano meno, o entrambe le cose.

C'è qualche prova che questo sta accadendo? E come. La ripresa economica è, come ho detto, stata debole e inadeguata, ma tutto il peso di questa debolezza è stata a carico dei lavoratori. I profitti delle imprese sono precipitati durante la crisi finanziaria, ma sono rapidamente rimbalzati indietro, e hanno continuato a salire. Infatti, a questo punto, gli utili dopo le tasse sono più del 60 per cento più alto di quanto non fossero nel 2007, prima che la recessione fosse iniziata. Non sappiamo quanto di questo aumento di profitto può essere spiegato con il fattore paura - la capacità di spremere i lavoratori che sanno che non hanno nessun posto dove andare. Ma questo deve essere almeno parte della spiegazione. In realtà, è possibile (anche se tutt'altro che certo) che gli interessi corporativi stanno in realtà facendo meglio in un'economia un po’ depressa di quanto lo sarebbero se avessimo la piena occupazione .

Cosa c'è di più, non credo che sia troppo suggerire di un tratto che questa realtà aiuta a spiegare perché il nostro sistema politico ha girato le sue spalle ai disoccupati. No , non credo che ci sia una cabala segreta di CEO per mantenere l'economia debole. Ma io credo che una delle ragioni principali per cui la riduzione della disoccupazione non è una priorità politica è che l'economia può essere pessima per i lavoratori , ma l'America corporativa sta facendo bene.

E una volta capito questo , si capisce anche perché è così importante per cambiare queste priorità.

C'è stato un dibattito un po' strano tra i progressisti ultimamente, con alcuni che sostengono come il populismo e le condanne di disuguaglianza siano un diversivo, che la piena occupazione dovrebbe invece essere la priorità assoluta. Come alcuni importanti economisti progressisti hanno sottolineato, tuttavia, la piena occupazione è di per sé un problema populista: i mercati del lavoro deboli sono una delle ragioni principali per cui i lavoratori stanno perdendo terreno, e lo strapotere delle corporazioni e dei ricchi è un motivo principale per cui non stiamo facendo nulla sui posti di lavoro.

Troppi americani vivono attualmente in un clima economico di paura. Ci sono molti passi che possiamo intraprendere per porre fine a tale stato di cose, ma il più importante è quello di mettere il lavoro all'ordine del giorno.
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Non c’è soltanto ciò che il Prof. Krugman sottolinea in questo suo articolo. E’ evidente dai dati statistici delle economie più avanzate che assistiamo ad un assottigliamento progressivo della quota complessiva dei salari, sempre più bassa in termini percentuali rispetto al PIL. Ciò pone problemi dal lato della domanda e quindi della produzione e dell’occupazione, innescando perverse spirali recessive nei confronti delle quali si è persino cercato di trovare giustificazioni terminologiche e contenutistiche, quali ad esempio l ’ “austerità espansionaria”, che hanno mostrato i loro limiti, soprattutto sul campo e particolarmente in Europa. Parallelamente sempre più osservatori qualificati individuano e criticano peculiarità di una finanza globale senza regole, che confonde strumentalmente le diverse  tipologie di attività (risparmio, commercio, investimento) caratterizzate da diverse tipologie di rischio, operando di fatto una privatizzazione dei profitti ed una socializzazione delle perdite (nei momenti di salvataggio, specie di banche).
In tal modo la finanza “concentra in alto” la ricchezza – piuttosto che redistribuirla - approfittando di una “imbalsamazione degli stati nazionali” (particolarmente in ambito UE) nonché dell’assenza di regole, sfruttando dubbie pratiche di creazione di ricchezza “cartacea” dal nulla, svincolata da risultati concreti di un’intrapresa produttiva, che invece a sua volta trova difficoltà di accesso al credito.
Sotto la spinta di tendenze ultra-liberiste, il comando evangelico del riconoscimento di un’equa mercede verso coloro che prestano la propria opera, almeno per quella parte degli occupati che sono stati  flessibilizzati, precarizzati e privati di rappresentanza – sembra aver perso valore universale e “normativo”.
Ne emerge un quadro complessivo che non sembra essere frutto della pura casualità e delle coincidenze, ma – senza per questo avallare alcuna ipotesi complottistica contro le classi meno abbienti – sembra stimolare la formulazione di quelle tesi che intravedono in tutto questo il potenziale pericolo di uno scivolamento dal “management by fear” - che ha fatto proseliti nelle aziende moderne -  verso “the fear economy” e tra qualche tempo verso “the fear power”.
Che dire ancora?
In un clima in cui un Pontefice della Chiesa Cattolica – che ha rivendicato a sé la difesa dell’opzione degli ultimi di cui si era appropriato il marxismo - viene tacciato di “comunismo” per le idee che professa, peraltro in linea con tutta la Dottrina Sociale della Chiesa, dobbiamo aspettarci a breve che anche il solo trattare di evidenze riscontrabili nella realtà economico-sociale mondiale (e non solo americana!) vengano ricomprese sotto le “specie” del “populismo”?
Certo ci sembra difficile negare che accanto alla persecuzione dei cristiani nel mondo, specie in quello islamico oltranzista, si sia rilevato e si rileva tuttora in Europa una più sottile e subdola “persecuzione” – formalmente motivata dal rischio sui debiti sovrani -  nei confronti dei paesi PIIGS, guarda caso tutti con solide tradizioni cattoliche. Il problema ci sembra che non siano i debiti sovrani, ma le pratiche inconsuete di creazione di ricchezza cartacea dal nulla (alias derivati!).
Con semplicità, ci permettiamo di esprimere il nostro parere, come sempre! Il timore è che l'eccesso di liberismo che si è iniziato ad adottare nel mondo occidentale nel periodo Thatcher-Reagan , sviluppandosi ulteriormente a dismisura abbia posto le basi per la fine di un capitalismo industriale e democratico, avviandoci verso un capitalismo finanziario ed autocratico.
Alla fine:

 

E' un bene o un male? Chi può dirlo? "Ai posteri l'ardua sentenza; noi chiniam la fronte al Massimo Fattor...".Però occorre riflettere sul fatto che sino a ieri sembrava abbastanza certo chi ci sarebbe stato al Vertice di quella Piramide disegnata sulla banconota da un dollaro in cui si afferma “In God we trust”. Oggi, in tutta onestà, ci sembra molto più in dubbio! E con ciò non vorremmo essere portatori di un “oscuro presagio per l’Uomo”, ma ci auguriamo che le nostre “impressioni” siano soltanto “deviazioni intellettuali” mal sostenute da fatti.
27/12/2013