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ARTIGIANI IN VIA D’ESTINZIONE: IL LAVORO C’E’, MANCANO I LAVORATORI

Il paradosso italiano. Si parla di disoccupazione allarmante (la disoccupazione giovanile sfiora il 30%), di grave crisi economica, di cassa integrazione e poi i dati mettono in evidenza un panorama inaspettato: le imprese artigiane lamentano l’emergenza manodopera, non trovano lavoratori da assumere.

Il rapporto 2011 Excelsior di Unione Camere e Ministero del Lavoro dimostra che  esistono 117 mila professioni (il 19.7%) quasi introvabili nell’industria e nei servizi, di cui 28540 riferiti al settore artigiano. Le aziende impiegano quasi un anno per ricercare figure operaie qualificate. I lavoratori più ambiti sono: falegnami, muratori, panettieri, tornitori, carpentieri, operai agricoli, cucitori di macchine per abbigliamento, sarti, cuochi, marmisti, installatori di infissi, ascensoristi, carpentieri, elettricisti, pavimentatori, parrucchieri, estetisti, personale per le pulizie, idraulici, in particolare  installatori di impianti termici, installatore di impianti idraulici e termoidraulico. La carenza di personale riguarda anche le professioni high skill intellettuali-scientifiche-tecniche: farmacisti, sviluppatori di software, infermieri, progettisti meccanici, metalmeccanici e le professioni intermedie: addetti alla reception, operatori di mensa, autisti di pullman, addetti alle vendite specializzate.

 

Il Centro studi della Confartigianato di Udine ha messo in luce la mancanza, nella provincia di 1500 artigiani, quali: elettricisti (150 posti vacanti), parrucchieri stagionali (120), falegnami (85), pasticceri. In totale, a livello regionale, nel Friuli Venezia Giulia non si trovano 3 mila artigiani (rif. Confartigianato FVG). Inoltre, la FederlegnoArredo ha lanciato un allarme per il settore dei mobili-arredamenti, mettendo in risalto la carenza di risorse umane professionalizzate. Lo scarto tra domanda e offerta di lavoro nell’industria del legno è stata del 34,9% rispetto al totale annuo delle assunzioni.

La difficoltà delle imprese a reperire il personale riguarda anche i fornai. L’associazione panificatori abruzzesi reclama molti posti vacanti che nessuno vuole ricoprire, nonostante il buon stipendio percepito e l’immediato sbocco lavorativo. La penuria di fornai rischia di mettere in ginocchio il settore. Rispetto ai Paesi dell’OCSE i giovani italiani risultano essere i meno interessati ai lavori  artigianali.

La mancanza di artigiani italiani spinge le aziende a rivolgersi agli stranieri immigrati - extracomunitari. Secondo il CENSIS tra il 2005-2010 vi è stato un netto calo dei lavoratori italiani  occupati nei lavori manuali (-847 mila) e una crescita dei lavoratori stranieri (+ 718 mila) e sono stimati 238 mila nuovi posti di lavoro.

Secondo i dati prodotti dalla Confartigianato nazionale la criticità nel  rintracciare la mano d’opera è determinata per il 12,4% dalla mancanza di interesse dei lavoratori verso questa tipologia di offerta e per il 4,3% dalla mancanza di qualificazione dei candidati.

Perché  vengono snobbati questi mestieri?

Una grossa “debolezza” dell’attuale società è la sottovalutazione del lavoro artigianale, la squalifica del lavoro pratico. Il nostro sistema sociale, basato in prevalenza sull’immagine, sottovaluta le attività che “sporcano le mani”, che si svolgono in piedi e che non prevedono una scrivania. E’ una retaggio culturale del dopoguerra.  Oggi i genitori indirizzano i figli ai licei (a discapito degli istituti tecnici-professionali) agli studi intellettuali (medico, ingegnere, avvocato) verso lavori impiegatizi (meglio se nel settore pubblico) considerati adatti per ricoprire un buon status sociale, per trarre un discreto reddito e trovare un’occupazione con il mito del posto fisso. Il lavoro manuale è considerato quasi dequalificante, un’esecuzione meccanica. Un ripiego per chi non ama studiare e non ha avuto  successo scolastico, una diminuzione personale oltreché di status.

Eppure i laureati spesso in possesso di lauree poco spendibili e gli studenti fuori corso che hanno impiegato troppi anni per laurearsi con un risultato basso rischiano di essere tagliati fuori dal mercato del lavoro e diventare dei disoccupati.

Alcuni sociologi spiegano che questa tipologia di fenomeno è necessaria all’evoluzione della società. Essi parlano di “neoclassismo etico” e affermano che la crisi economica non riuscirà ad abbassare il livello delle aspettative intellettuali di chi ha studiato.  Portano come esempio il caso dei tassisti a Londra: negli anni ‘50 erano tutti londinesi, dopo dieci anni erano in prevalenza scozzesi e ora sono in maggioranza pakistani, indiani, neri.

Vi è un altro fattore da non trascurare: la scuola non prepara  gli studenti ai lavori manuali. La metodologia formativa è prevalentemente teorica e poco pratica, nonostante la legge Moratti abbia introdotto nell’ordinamento scolastico l’alternanza scuola-lavoro. Le aziende cercano personale ma non trovano “braccia” in possesso dei requisiti richiesti. Esiste un gap tra preparazione scolastica (sia pur universitaria) ed esigenze di mercato. Mancano figure qualificate pronte ad affrontare il mondo del lavoro, che ambisce a persone capaci di cavalcare l’innovazione, che “sappiano fare” per garantire la qualità del prodotto.

Ci vuole più specializzazione. Va incentivata la formazione professionale e vanno sostenute le scuole/enti professionalizzanti che insegnano i “vecchi” mestieri artigianali ormai introvabili, perché pochi li sanno fare. Ricordiamoci che il boom economico  degli anni ‘60 è avvenuto anche grazie alle aziende, agli operai, al lavoro pratico-manuale, che rappresentava un pilastro del mercato del lavoro. Da sempre la forza dell’Italia è l’artigianato, non perdiamoci questa partita. Siamo ancora in tempo. Nel contempo le Istituzioni devono essere più grintose,  offrire strutture e strumenti pubblici che agevolino le attività artigiane autonome. Vi sono grossi ostacoli nel mettersi in proprio a cominciare dalla richiesta di  finanziamenti alle banche e dalle ingenti tasse da pagare.

La società deve prendere consapevolezza dell’emergenza artigiani e della sua gravità a lungo termine. La carenza di figure professionali nell’ambito del settore artigiano è allarmante. Va al più presto riproposto il valore educativo e culturale del lavoro manuale, introdurre nuove politiche, una nuova metodologia didattica e scardinare i pregiudizi per rendere fede al principio “dell’evoluzione professionale” ed al “pieno sviluppo della persona umana” previsti dalla Costituzione. Tutti i lavori dignitosi consentono di crescere e raggiungere l’eccellenza. Fondamentale, al di là degli studi,  è il desiderio personale di affermare sé stessi, di migliorarsi, di aggiornarsi in maniera costante e di sviluppare la propria idea imprenditoriale.

Da adesso al 2018 l’economia avrà sempre più necessità di giardinieri, badanti, camionisti, operati qualificati, che non saprà dove andare a reperire. Bisognerà chiedere la laurea anche per questi lavori manuali? Oppure è il caso di spalancare le porte ad un nuovo scenario socio-culturale e riformare le strategie formative come quelle indicate nel documento Italia 2020, predisposto congiuntamente dai Ministri Sacconi e Gelmini. Occorre garantire una qualifica professionale e rilanciare il valore formativo dell’apprendistato, dei tirocini, abbandonando la spaccatura tra cultura teorica e pratica. In questo arduo compito possono intervenire, in collaborazione con la scuola e l’università, gli enti di istruzione e di formazione professionale eccellenti che da anni cavalcano questa nobile funzione.

E’ giunta l’ora di rivedere la nostra mentalità e di dare dignità e valore sociale al lavoro artigianale.