FB FanPage

Sostenitori Associazione
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
News
Home Studi - Proposte - Varie

Studi - Ricerche - Proposte - Varie

RAPPORTO GLI ITALIANI E LO STATO - 2013

Alla fine di un nuovo difficile anno per molte famiglie ed imprese italiane, dopo tragici aumenti della povertà e della disoccupazione, ecco uno spaccato dell'attuale situazione 2013 sul tema generale del rapporto tra gli Italiani e lo Stato. Sentiremo presto il pensiero del Presidente della Repubblica, ma il "RAPPORTO GLI ITALIANI E LO STATO - 2013" presenta una realtà che per quanto amara possa essere è certamente statisticamente rilevabile. Si tratta di un rapporto annuale sugli atteggiamenti degli Italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, realizzato su incarico del Gruppo L'Espresso ed è disponibile sul link seguente della demos:
http://www.demos.it/a00935.php?ref=HREC1-2
In sintesi si può affermare che:

  • la fiducia verso le istituzione politiche e di governo (Unione Europea, Stato, Presidente della Repubblica, Parlamento, Regioni,Comune) è ai minimi dopo essere passata progressivamente dal 41% del 2005 al 24% nel 2013;
  • crolla, rispetto al 2012,  la fiducia nei confronti dell'Europa passando in un solo anno dal 43,5% al 32,3%;
  • la fiducia cresce significativamente soltanto verse la Chiesa, le forze dell'ordine e le associazioni imprenditoriali;
  • rimane stabile, ma ridotta ai minimi termini la fiducia nei confronti di banche (12,9%), Parlamento (7,1%), partiti (5,1%);
  • In discesa anche la fiducia verso la figura del Presidente della Repubblica che passa dal 54,6% nel 2012 al 49% nel 2013;
  • sostanzialmente stabile la fiducia bei confronti della Magistratura al 39,7%.

L'amaro quadro che ne emerge è quello di uno Stato da rifondare, ma nei confronti del quale sembra quasi si percepisca impotenza al cambiamento.

Non resta che augurarci un Buon 2014.

 

ECONOMIA DELLA PAURA?

LO AVEVAMO INTUITO E UN PREMIO NOBEL PER L’ECONOMIA ORA CE NE PARLA APERTAMENTE.

Vedi l’articolo del Prof. Krugman al seguente link:
http://www.nytimes.com/2013/12/27/opinion/krugman-the-fear-economy.html?smid=tw-NytimesKrugman&seid=auto


Nel recente Convegno tenutosi ad Assisi il 22/11/2013 la nostra Associazione Ambiente e Società ha presentato una breve relazione in cui ha stigmatizzato - in maniera autonoma rispetto ad altri soggetti presenti - alcuni avidi comportamenti, sregolatezze e fatti economico-sociali che abbiamo poi ritrovato addirittura “condannati” nella “Evangelii Gaudium”. Condanna sostanzialmente espressa verso i presupposti della finanza e dell’economia del nostro tempo per aver rotto regole di equità, per aver dimenticato l’Uomo di fronte al predominio del denaro e del profitto, per aver anteposto l’avidità e l’egoismo ai fini ultimi per cui l’Uomo è qui sulla Terra, cioè : comprendere la Creazione ed il dono di essa all’Uomo da parte del Creatore, cui esprimere rispetto e gratitudine.
Nello stesso Convegno  abbiamo chiaramente parlato della potenziale minaccia di alcune tendenze moderne che ritenevamo interpretabili nelle ragioni di fondo di alcuni approcci ultra-liberisti ravvisabili nella moderna società globale: il “management attraverso la paura” che può sfociare nel “potere attraverso la paura”.
Ora il premio Nobel dell’Economia Paul Krugman attraverso un articolo apparso il 27/12/2013 sul N.Y.T.  parla esplicitamente di quella che il mondo del lavoro sta vivendo come “Economia della Paura”. L’articolo, intitolato “The Fear Economy”, termina con questo concetto: “Troppi americani vivono attualmente in un clima economico di paura. Ci sono molti passi che possiamo intraprendere per porre fine a tale stato di cose, ma il più importante è quello di mettere il lavoro (lett. : i lavori) all'ordine del giorno”.
Vogliamo riportare qui di seguito la traduzione in Italiano dell’articolo del Prof. Krugman per coloro che non riuscissero a coglierne il senso nella versione originale.

 

Consiglio Generale CISL Reti dicembre 2013

Relazione della Segreteria Nazionale

presentata dal

Segretario Generale, Carlo De Masi

Relazione

 


 

LO SPREAD SCENDERA' A 150?

Il Sole 24 Ore ha fatto riferimento, in questi giorni, ad una possibile diminuzione dello spread fino a toccare quota 150, ma nonostante l'evidente vantaggio che si otterrebbe per la sostenibilità del debito pubblico italiano, veniva poi svolta un'analisi non del  tutto incoraggiante per un contesto di caduta dei salari e disinflazione.
Traguardando tutto ciò in un'ottica europea c'è da osservare che lo spread a 150 servirebbe a poco se poi non ci fosse, comunque, vera e duratura solidarietà tra i paesi membri dell'UE, come abbiamo avuto già avuto modo di constatare, per esempio,  in ciò che è successo per la Grecia. Pertanto, la convinzione di fondo che è stata maturata diffusamente sembra così riassumibile: per una leadership in Europa non basta solo la "testa", ma occorre anche il "cuore". Ed è proprio qui il punto della questione, perché dopo ciò che è successo in Grecia ci sembra sia stato dato per dimostrato che il "cuore" in Europa non c'è! La finanza "ingorda e senza freni", coniugata ad un "egoismo nazionale che non vuol morire" e condita con il  "presunto liberismo", sembra continuare ad imperversare attraverso politiche di sola austerità e a fare danni ai fini di un concreto progresso del processo di unificazione.
In Italia la gente è scesa in piazza per disagio e non per estremismo, anche se ci sono molti interessi tesi a dimostrare il contrario. La convinzione diffusa è che il disagio sia stato creato dall'Europa e dall'euro, oltre che dallo scempio corruttivo fatto proprio da quella stessa politica che ha "svenduto" una sovranità nazionale che non era autorizzata a "svendere" senza l'esplicito consenso della gente; consenso da ottenersi - semmai - attraverso vie democratiche piuttosto che "raggiri". Ora la gente in difficoltà ritiene di
aver capito la situazione e non vuole più né euro, né Europa. Il danno che è stato prodotto è un danno serio nello spirito collettivo di questo paese. La "colpa" non è della gente, ma di chi l'ha condotta sino qui con ogni forma di abuso. Come dare torto a chi oggi  afferma che l'Europa è "un non luogo" in tutti i sensi? Perciò in molti sono giunti alla conclusione che se l'Europa la si vuole sul serio, allora la si faccia subito, secondo i più alti ideali che l'hanno ispirata, altrimenti  non resta che uscire fuori dall'Europa e
dall'euro. Correggere queste conclusioni, ci sembra francamente difficile, specie di fronte ad una Politica che non c'è e che addirittura è disinteressata, o peggio ancora, nega nei fatti la possibilità di un dibattito su questi temi. Forse c'è chi pensa che la visione di un europeismo elitario possa ancora strappare consensi alle "masse"?
Qualche "vecchio democristiano" sembra averlo - dopo tanto - capito: il problema è in questa Europa da cambiare; questo che viviamo non è certo un "tempo ordinario" e se la crisi in atto passerà, non bisogna farsi illusioni, perché niente sarà più come prima!

 

La rivolta dei forconi

La cosiddetta rivolta dei forconi è un argomento ancora molto controverso, ma importante. E' bene che a futura memoria l'Associazione Ambiente e Società  abbia trattato responsabilmente questo tema. Questo articolo di Revelli tratto da Micromega sembra quello più  veritiero - e per certi versi più vicino alla nostra sensibilità - che abbia colto il senso reale di questa protesta ed il contesto in cui si svolge. 
L'invisibile popolo dei nuovi poveri

In un altro omologo articolo di Franco Bifo Berardi - di cui si riporta quì di seguito uno stralcio da Micromega - ci sembra cogliere la sintesi di un epilogo che suona triste presagio per la fine del sogno europeo e presumibilmente, con esso, di quello italiano :

"Ma la sollevazione non si ferma, perché ha i caratteri tellurici di una disgregazione della base stessa del consenso sociale. E’ una sollevazione priva di interna coerenza, priva di strategia progressiva. Ci sono dentro elementi di nazionalismo, di razzismo, di egoismo piccolo-proprietario, ma anche elementi di ribellione operaia, di democrazia diretta e rabbia libertaria. Non è importante la sua confusa coscienza, le contrastanti ideologie e i contrastanti interessi che la mobilitano. Conta il fatto che il suo collante obbiettivo è l’odio contro l’Europa. Questo odio non può che essere portatore di disgrazie."