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Nuovi modelli di gestione delle malattie croniche...

Nuovi modelli di gestione delle malattie croniche...

tra medicina proattiva ed empowerment

(By BARBERIS MARIA RITA SOCIOLOGO GIORNALISTA PUBBLICISTA)

 

La gestione delle malattie cronico-degenerative che “ richiedono un trattamento continuo durante un periodo di tempo da anni a decadi” (OMS) rappresenta una vera e propria emergenza sociosanitaria, soprattutto per gli anni futuri, in una società che invecchia. Siamo di fronte ad una “nuova epidemia”, come la definisce l’OMS, che provoca in Europa l’86%dei decessi, il 77% della perdita di anni di vita in buona salute. Nel nostro Paese il 39 % di italiani soffre di una patologia cronica, mentre sono multi cronici il 20,7% (Fonte Istat 2017).

A livello mondiale, la maggioranza delle risorse sanitarie (circa l’80%) viene speso per la gestione delle patologie croniche, quali: tumori, diabete mellito, malattie respiratorie, patologie cardiovascolari, problemi di salute mentale e disturbi muscolo scheletrici. Decisamente inferiori sono gli investimenti per la prevenzione individuale ed universale.

Il dato è preoccupante considerate le recenti proiezioni epidemiologiche, secondo cui “Nel 2020 esse rappresenteranno l’80% di tutte le patologie nel mondo ed in un futuro ormai prossimo, nel 2032 la quota di anziani over65 sul totale della popolazione dovrebbe raggiungere il 27,6” (previsioni ISTAT).

La sfida alla cronicità, nel secolo XXI,  richiede un intervento rapido, ma soprattutto una forte coalizione tra “sistema di cura, sistema sociale, sistema familiare”.

Oggi, il progresso scientifico si misura nella risoluzione delle problematiche di salute in fase acuta, ma anche nel garantire il principio di “Population Health”, ovvero rispondere in maniera efficiente ai bisogni di cura e di prevenzione della collettività e dei singoli affetti da patologie croniche .

Il riconoscimento sociale della cronicità implica disporre di informazioni approfondite sulla popolazione di riferimento, segmentandola in base al bisogno di salute ed alla gravità della condizione patologica.

Richiede inoltre la necessità di intercettare i bisogni, andare incontro ai cittadini più deboli, ai stakeholder e riprogettare l’assistenza sanitaria tradizionale (self management, governance, modelli di cura proattivi, ecc.).

Il fine è salvaguardare e migliorare la qualità di vita delle persone affette da cronicità, renderle “competenti- professionalizzate” nel convivere con la malattia, sviluppare piani multisettoriali di prevenzione, abbattere le disuguaglianze, ottimizzare risorse ed energie.

Il cambiamento avvia ad un paradigma di cura “territorio-centrico” anziché “ ospadalocentrico”, ad una nuova cultura improntata alla condivisione, all’ integrazione socio-sanitaria con team multiprofessionali per la presa in carico e la continuità assistenziale.

Numerosi sono i contributi disponibili per superare la frammentazione della risposta sanitaria, arginare l’incomunicabilità tra processi e sistemi, valorizzare il concetto di “person-focused care”,tra cui la Piramide di Kaiser, il Chronic Care Model (CCM), quest’ultimo rappresenta un sistema considerato particolarmente efficace.

Il CCM è un nuovo modello di gestione e controllo delle malattie croniche, che prevede il passaggio dalla medicina d’attesa alla medicina d’iniziativa. Dove trovano humus parole chiave quali:

alleanza tra comunità e sistema sanitario, ruolo attivo del paziente, auto-cura , nuovi modelli organizzativi (AFT, UCCP, Case della Salute), PDTA, approccio multidimensionale, Comunità di Pratica, sistemi informativi, empowerment.

Una aggregazione di variabili che delineano una medicina più umana, capace di integrarsi con la vita quotidiana. In particolare, l’empowerment mediante l’educazione sanitaria, la promozione di comportamenti      sani fornisce a cittadini, pazienti ed al contesto sociale gli strumenti critici per assumere decisioni più responsabili in materia di benessere, migliorando le cure, la salute della popolazione.

Il sistema sanitario appare sempre più sociale e richiede la collaborazione di esperti di varie discipline (knoledge management), tra cui la figura del sociologo, il quale grazie alle sue competenze contribuisce all’analisi dei comportamenti e delle rappresentazioni sociali, delle pratiche di cura, dei fattori che incidono sul benessere individuale e collettivo, dei modi in cui viene promossa la qualità della vita, per conseguire finalità di prevenzione, formazione, promozione, organizzazione delle prestazioni e dei servizi territoriali.

La sfida alla cronicità è avviata ed è un cambio di rotta che implica una profonda trasformazione organizzativa nei sistemi sanitari a livello globale - locale, ma soprattutto richiede un patto di alleanza non gerarchico tra ruoli, competenze e politiche per la prevenzione e la riduzione dei fattori di rischio sulla salute.

 

Le nuove sfide della “società del rischio”

BY Barberis Maria Rita

Industrializzazione, sviluppo tecnologico, benessere ci hanno accompagnato nella seconda modernità, quella che attualmente viviamo.

Questa evoluzione non è indolore, ma produce “conseguenze secondarie” imprevedibili, legate ai rischi globali ecologici, naturali, finanziari, sociali, terroristici.  E’ un mondo interconnesso che sta diventando fuori controllo.  Tutti siamo coinvolti nelle insicurezze della modernità, respiriamo quotidianamente la crisi di idee, la perdita di assetti consolidati, le minacce rivolte alla   salute ed all’incolumità (like of safety).

Ognuno di noi è fagocitato nella “società del rischio”, termine coniato da Ulrich Beck, che è stato uno dei più noti sociologi contemporanei. Si tratta di un conteso dominato dalla paura, fatta di inquietudine per la sensazione di non riuscire a controllare le conseguenze dell'azione umana, con serie ripercussioni sulle generazioni future.

L’universalizzazione del rischio, l'interconnessione, la globalizzazione    uniscono il destino di tutti i popoli e pongono di fronte nuove sfide fatte da   poche certezze e da molteplici    incognite onnipresenti e spesso invisibili, che vanno al di là dei confini   nazionali.

Anche nelle precedenti epoche il rischio è esistito, ma le conseguenze delle decisioni assunte erano sufficientemente controllabili dallo Stato di un Paese.  Adesso, come sostiene U. Beck, le decisioni riguardano effetti globali e rendono la qualità del controllo Istituzionale fragile, minandone l'autorevolezza e la credibilità date dalla capacità di saper gestire gli equilibri ed i pericoli.

L’indebolimento dell’autonomia e del potere degli Stati nazionali, accresce la necessità di una forma di politica transnazionale, con una connotazione internazionale, capace di distribuire in maniera equa le risorse (ricchezza, informazione, conoscenza) per gestire il rischio sistemico prodotto dalle attività umane (manifactured risk).

Il clima di incertezza in cui siamo sprofondati si ripercuote anche nei fondamenti della convivenza sociale e negli stati d’animo delle persone. Adulti, giovani, genitori e figli rischiano di perdersi e di naufragare insieme, schiacciati da un sistema iniquo, “malato”, contraddittorio che cancella il futuro. La mancanza di riferimenti solidi, i cambiamenti repentini, il vivere alla giornata in modo vacillante, incerto, “liquido” ("società liquida" di Z. Bauman) con un senso di impotenza e fragilità di fronte ai massimi sistemi globali, spinge gli individui alla ricerca di un fondamento su cui reggersi, che spesso sfocia nella dipendenza (droghe, alcol, sesso, nuove tecnologie, ecc.).

E’ un clima decadente, in cui sembrano essere finiti i tempi delle grandi ideologie. Si fugge dalla passione del vero in una logica di consumismo immediato per abbandonarsi al non pensare più.

Tutto appare corrotto, avvelenato, tutto è “insostenibile leggerezza dell'essere”. Questa instabilità dell'esistenza favorisce il male di vivere, il senso di vuoto interiore, la sensazione del nulla, l’angoscia, la solitudine, la depressione esistenziale per il senso di impotenza di fronte alle difficoltà della vita.

La felicità viene scambiata con il concetto di benessere, del consumo, del possesso dei beni e della realizzazione dei desideri. Viene smarrito il senso degli affetti e dei legami sinceri, seri, affidabili, duraturi. Al senso di vivere civico si sostituisce il freddo calcolo, la convenienza per il singolo.

La nostra “società del rischio” non pone in risaltato l'impegno, la stabilità, la meritocrazia, non incoraggia scelte etiche, non assume decisioni impegnative e crea i presupposti per le disuguaglianze sociali.

Queste trasformazioni si riflettono soprattutto sui giovani, la "generazione Y" (18 30 anni), cresciuta nell'era di internet, soggetta alla precarietà, alla flessibilità.

I giovani subiscono le frustrazioni della generazione precedente e vivono in un' "analfabetismo etico" e di coscienza collettiva per la mancanza di insegnamenti e di esempi da parte degli adulti. Essi dispongono di scarse coordinate di riferimento per realizzarsi e cercano nei social network, nella rete, nello "sballo" forti sensazioni che diano loro l'impressione di esistere e di fuggire dalla realtà.

L'apatia dei giovani corrisponde spesso all’apatia del sistema che li ha generati e che li abbandona a sé stessi sciupando il loro potenziale, la loro forza data dalla giovinezza.

Per non cedere alla rassegnazione, alla passività, ma soprattutto per evitare il baratro esistenziale e la fine della nostra storia dobbiamo tutti insieme affrontare le nuove sfide della “società del rischio”.

Innanzitutto occorre instaurare un dialogo globale per fare fronte ad eventi imprevisti. E’ necessario scuotere i nostri animi, modificare i comportamenti individuali, ricercare nuove speranze, superare l'individualismo, sviluppare una reale educazione, trasmettere il sapere, la cultura, l'etica, il rispetto civico.

Urge un patto solidale e responsabile tra Istituzioni e cittadini per garantire una società sana, equilibrata, non basata sulla paura, ma proiettata verso l’unità globale del genere umano e dell’economia civile.

 

Bankitalia e il sistema bancario italiano - Per una nuova sostenibilità

Considerazioni dell'amico dell'Associazione Giuseppe Ecca in merito a:

- Economia: Bankitalia e il sistema bancario italiano: la inadeguata dirigenza degli ultimi decenni

- Ambiente: Per una nuova sostenibilità

Sono riportate nell'allegato al link di seguito:

Economia e Ambiente - Considerazioni Giuseppe Ecca

 

Generazione Millennials

GENERAZIONE MILLENNIALS…

DISILLUSA, INTRAPPOLATA NEL  MISMATCH

E PRONTA ALLA FUGA

BARBERIS MARIA RITA

Incertezza generale sul futuro, scarse prospettive professionali e di carriera, lotta contro il “vuoto” e attaccamento al presente. E’ questo il profilo che le ricerche e le statistiche tratteggiano dei millennials, la generazione dei giovani che si trovano nella fascia di età tra i 15 ed i 35 anni. In un Paese che invecchia, i giovani rappresentano una risorsa rara e sono lo specchio del futuro. Eppure oggi le nuove generazioni vengono parzialmente utilizzate e sono confinate ai margini della vita economica-politica-sociale. La loro voce è schiacciata dall’incapacità dell’Italia di costruire opportunità, come sostiene il rapporto OCSE 2015, di creare un assetto di politiche espansive in grado di superare la forbice tra redditi  e disuguaglianze nell’accesso alla formazione ed al lavoro. Abbiamo un sistema che fonda i suoi pilastri sulle basi della precarietà, sulla scarsità di strategie di lifelong lerning e di accesso all’istruzione, su un mercato del lavoro che investe poco sulle competenze e l’innovazione.

 

C’è un’iniquità generazionale che blocca l’ingresso nella vita adulta a ventenni e trentenni, disillusi e consapevoli che al termine del percorso di studi inizierà la loro lotta, il loro cammino lungo e faticoso in un sistema di raccomandati, burocrazia, scarsa meritocrazia. L’esito finale è spesso un senso di frustrazione ed un arretramento delle condizioni economiche/lavorative rispetto alle generazioni precedenti.

 

Sono poche le sacche di eccellenza disponibili per affermarsi e spesso si raggiungono in età avanzata. La maggioranza dei giovani si trova così di fronte a scelte importanti: rischiare e giocare le carte (sempre più opzionate) di andare all’estero in cerca di un futuro più soddisfacente oppure restare nel loro Paese senza grosse prospettive di crescita a causa dell’attuale mercato del lavoro, che ha subito un cambiamento strutturale dovuto alla crisi economica, alle riforme di mercato, al progresso tecnico informatico. Quest’ultimo in particolare ha favorito l’espansione delle professioni ad alta qualifica  e di quelle a bassa qualifica (attività manuali) ed ha prodotto una diminuzione delle mansioni lavorative di livello intermedio, cosiddette impiegatizie, routinarie, le più accessibili e desiderate,  che sono state sostituite dal computer.

 

 

Le scarse opportunità occupazionali unite alle condizioni di inquadramento svantaggiose   hanno determinato l’indebolimento della posizione occupazionale giovanile, fattore presente anche in altri Paesi Europei e la nascita di una generazione fragile, vulnerabile, dove  i diplomati (i più sotto inquadrati) si trovano a competere con i non diplomati per ricoprire posizioni medio basse  ed i laureati competono con i diplomati e si adattano a svolgere lavori che risultano spesso incongruenti con il titolo di studio terziario.

Questo determina situazioni di mismatch, ovvero di disallineamento tra domanda ed offerta di lavoro. Nel momento in cui il livello di qualificazione di un lavoratore è superiore o inferiore rispetto al lavoro che svolge, si parla di mismatch verticale che può essere over o undereducated. Tra i due l’aspetto più preoccupante è quello overeducated, in cui i giovani dopo gli studi si trovano a svolgere lavori che richiedono competenze   inferiori rispetto a quelle apprese a scuola. C’è l’effetto mismatch anche quando le competenze scolastiche sono disallineate ed inappropriate rispetto al lavoro svolto.

Da tali circostanze ne consegue un sottoinquadramento dei giovani lavoratori, un peggioramento della qualità delle mansioni ed una inevitabile insoddisfazione a livello personale ed economico. Mentre a livello sociale si assiste ad un ridotto contributo alla crescita del Paese da parte del capitale umano qualificato.

 

Ad acuire le difficoltà per i giovani scolarizzati di trovare una occupazione è l’aspirazione ad un lavoro dipendente a scapito di uno autonomo; il principio del Last-in-first-out (ultimo ad entrare in azienda primo ad uscire, ovvero ad essere licenziato) e la presenza di aziende poco evolute nelle specializzazioni, che tendono a ricercare figure tradizionali privilegiando di più l’esperienza  lavorativa e le qualifiche professionali informali piuttosto che   le qualifiche formali

 

Siamo di fronte ad una vera e propria crisi generazionale, che deve essere affrontata nei migliori dei modi.

 

Innanzitutto il consiglio primario da dare ai giovani è quello di  non stare con le mani in mano in attesa degli eventi. E’ noto che dopo il conseguimento del titolo di studio rimanere inattivi per anni può avere gravi conseguenze sull’intero arco della carriera lavorativa. Desiderare di affermarsi e di emergere dal mondo ordinario significa agire per tempo ed avere la consapevolezza che l’istruzione, la conoscenza, l’aggiornamento sono fattori di successo perché assicurano comunque maggiori opportunità occupazionali-reddituali   e proteggono dal rischio della disoccupazione e della dequalificazione.

I giovani in possesso del solo titolo di licenza media hanno più probabilità di rimanere esclusi dal mercato del lavoro rispetto ai loro coetanei diplomati e laureati (soprattutto nell’area tecnico-scientifica). Cultura e formazione non possono e non devono essere a disposizione solo di chi è benestante o di chi ha una famiglia che conosce le regole del gioco. Anche a chi non possiede adeguate risorse economiche deve poter essere garantita la stessa possibilità di istruzione di chi è più avvantaggiato.

 

Ai giovani bisogna insegnare la capacità di analisi e di interpretazione dei fatti, della realtà e spiegare che i percorsi di vita possono essere segnati da insuccessi, fallimenti, delusioni, come insegna la storia, ma che comunque bisogna credere nei propri sogni, combattere per i propri ideali, risollevarsi e reinventarsi dopo il crollo senza perdere l’entusiasmo. Dobbiamo imparare la resilienza e non   disperdere le energie nell’autocommiserazione.

 

A livello istituzionale è necessario intervenire con riforme serie volte ad eliminare le criticità della transizione  attuale tra scuola e lavoro. In particolare il sistema di istruzione deve essere più vicino alle esigenze del mercato e le imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni, devono investire maggiormente nella formazione delle giovani  risorse umane.

 

Occorrono politiche efficaci che sappiano valorizzare cultura e formazione, anche se i risultati sono visibili nel lungo termine. Servono idee chiare su dove si vuole andare, su quali obiettivi raggiungere. Ci vogliono università d’eccellenza, docenti preparati, programmi scolatici allineati alle esigenze del mercato.

 

Visti i cambiamenti in corso non è sufficiente scolarizzarsi, bisogna creare una rete di buone pratiche, tra cui coltivare le competenze soprattutto quelle più all’avanguardia ed incentivare i percorsi di studio STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Le politiche formative devono giocare un ruolo decisivo nel ridare ai giovani la dignità che meritano, considerandoli una priorità nazionale come previsto dalla strategia Europa 2020, diversamente la generazione millennials è condannata alla disoccupazione e/o al working poor.

 

La strada già nota?

Il testo allegato "La Strada già Nota" dello scrittore/storico e collega dell'Enel Dott. Giuseppe Ecca merita di essere letto per il notevole significato etico e morale che ci trasmette, nel rappresentare la realtà Enel di ieri e quella odierna.

La Strada Già Nota?