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Lo Scenario Energetico Mondiale

 

 

 

La domanda di energia a livello mondiale è cresciuta costantemente nel tempo, ad eccezione di temporanei rallentamenti verificatisi in corrispondenza di gravi crisi economiche e/o geopolitiche.

La crescita della domanda si è verificata in tutte le regioni del mondo, anche se con velocità diverse, ed è stata storicamente correlata al trend crescente del reddito pro-capite della popolazione mondiale. Nell’ultimo biennio, a conferma che la crisi che stiamo attraversando è di proporzioni superiori alle precedenti (come, ad esempio, gli shock petroliferi e le crisi settoriali innescate da tensioni geopolitiche) abbiamo assistito ad una contrazione dei consumi dovuta soprattutto ad alcune aree del mondo (OCSE).

 

Nel corso degli ultimi tre secoli, il mix di fonti che ha soddisfatto la domanda è mutato lentamente con nuove forme di energia che di volta in volta si sono aggiunte a quelle già conosciute e utilizzate: alle biomasse si sono aggiunti prima le ligniti e il carbone e l’idroelettrico; poi al carbone si è affiancato il petrolio; al petrolio il gas naturale e il nucleare. Le diverse fonti, inoltre, hanno acquisito nel tempo un crescente grado di specializzazione settoriale. Il petrolio, attualmente, ha perso la sua importanza nella produzione dell’energia elettrica ed è impiegato essenzialmente nei trasporti e nella petrolchimica e chimica industriale, il carbone nella produzione di energia elettrica, il gas naturale nella generazione di elettricità e calore. Le fonti fossili, oggi, soddisfano circa l’81% della domanda mondiale di energia, con il petrolio prima fonte di approvvigionamento, 34% del totale, seguito dal carbone, 27%, e dal gas naturale, 21%. Il nucleare concorre con il 6% e l’idroelettrico con il 2%. Le fonti rinnovabili non tradizionali (eolico, solare, biocarburanti, energia dal mare) soddisfano poco più del 1% della domanda mondiale. Le biomasse non commerciali, i rifiuti e una piccola quota di biocarburanti completano il quadro del supply mondiale. Questa è in sintesi la situazione desumibile dalle statistiche disponibili.

Guardando al futuro, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), l’organo dell’Ocse che elabora con cadenza annuale le proiezioni sulla domanda di energia a livello globale, stima che la richiesta di energia, seguendo tendenze e comportamenti ormai ben sperimentati in presenza di una crescita del benessere mondiale, farà registrare un ulteriore incremento del 40% nei prossimi venti anni.

Il baricentro della domanda si sposterà dai paesi Ocse ai paesi in via di

sviluppo: la Cina e l’India insieme saranno responsabili del 51% dell’incremento totale.

L’AIE, inoltre, prevede che inerzialmente, cioè senza l’adozione di politiche nuove a favore del miglioramento dell’efficienza energetica e delle nuove tecnologie per la produzione di energia a basse emissioni e da fonti rinnovabili, il mix energetico del futuro non sarà molto differente da quello attuale: le fonti fossili peseranno ancora per circa l’80% del totale, mentre le fonti rinnovabili non tradizionali raggiungeranno un esiguo 2%; dunque con un conseguente incremento anche delle emissioni antropiche di gas serra che potrebbero aumentare del 45% entro il 2030.

La prospettiva di un tale andamento tendenziale della domanda di energia ha accentuato le preoccupazioni riguardanti la sicurezza degli approvvigionamenti e la sostenibilità ambientale dell’utilizzo delle fonti fossili:

  • le prime sono connesse alla crescente concentrazione delle riserve di petrolio e gas naturale in zone geografiche “calde” (Medio Oriente, Venezuela…) oppure difficili dal punto di vista del loro sviluppo, si pensi alle acque profonde del Golfo del Messico, del Brasile, oppure all’offshore Artico;
  • le seconde riguardano il potenziale impatto negativo delle crescenti emissioni di gas serra sull’attuale equilibrio climatico del pianeta, con indesiderabili e pericolose conseguenze socio-economiche.

L’Unione Europea (UE), da tempo, ha fatto proprie tali preoccupazioni elaborando politiche energetiche e ambientali che mirano al miglioramento della sicurezza energetica degli Stati membri e alla riduzione delle emissioni di gas serra nel lungo termine soprattutto attraverso una diversa modulazione del mix di fonti utilizzate e un consistente incremento dell’efficienza energetica negli usi finali dell’energia (pacchetto energia e ambiente 20-20-20).

I dati disponibili oggi disponibili mostrano che il mix energetico dell’UE 27 è ancora significativamente sbilanciato sulle fonti fossili, che soddisfano il 79% dei consumi. La restante parte è soddisfatta dal nucleare 13%, mentre le rinnovabili (incluso l’idroelettrico) nel complesso pesano per l’8%.

Con tale composizione del mix energetico, l'UE dei 27 contribuisce al 13% delle emissioni mondiali di CO2. Inoltre, le fonti di origine fossile utilizzate per soddisfare la domanda provengono per il 56% da paesi extra-UE e nello scenario inerziale dell’AIE tale dipendenza dalle importazioni sembrerebbe destinata a superare il 70%; con picchi di dipendenza ancor più elevati per il petrolio, del 95%, e per il gas naturale (dell’ 84% circa).

Le preoccupazioni, dunque, che hanno spinto tanto l’Unione Europea così come altri numerosi governi occidentali a limitare e, nel lungo termine, diminuire l'uso delle fonti fossili non sono quindi da ricollegare a timori per l'adeguatezza delle riserve, dibattito che torna sempre ricorrente sulla limitatezza delle risorse tradizionali.

Infatti a tal proposito, giova ricordare che il rapporto tra consumi e riserve di petrolio e gas naturale è rispettivamente di circa 40 e 60 anni sin dalla metà degli anni ’80; per il carbone siamo intorno ai centocinquanta anni. Le ultime novità, poi, registrate nel campo del gas naturale non convenzionale (shale gas) negli Stati Uniti d’America, dove l’innovazione tecnologica rende accessibili nuove ingenti risorse per questa fonte, confermano come il concetto di riserve sia in realtà definito da una serie di fattori interconnessi tra loro e variabili nel tempo : l'innovazione tecnologica, il prezzo delle fonti, l'andamento della domanda, ecc. che rendono possibili ed economicamente sfruttabili, riserve che un tempo non lo erano.

Ciò che, dunque, maggiormente sprona i governi occidentali verso la riduzione dell'utilizzo delle fonti fossili sono le problematiche connesse alla concentrazione geopolitica delle riserve, ai presumibili prezzi delle fonti, e alle potenziali conseguenze negative delle emissioni di gas serra sul clima, connesse al loro utilizzo.

Per rispondere a tali problematiche si richiede un approccio globale con un coinvolgimento internazionale senza precedenti di tutti i governi del mondo e delle maggiori organizzazioni internazionali (Dialogo in seno a IEF, OPEC e IEA; ONU, post Copenhagen, ecc.).

La strategia politica formulata a livello europeo in materia di energia e ambiente va sicuramente in questa direzione. Tuttavia bisogna prendere atto che lo scenario energetico mondiale sta subendo profondi e veloci cambiamenti, rispetto anche a questa prima decade del nuovo secolo. Il baricentro della domanda si sta spostando verso i grandi paesi in via di forte sviluppo così come le conseguenti emissioni di gas serra. Il perseguimento di politiche “unilaterali”, se pur virtuose e condivisibili, se non otterrà il coinvolgimento anche di quella parte del mondo che in prospettiva futura occuperà sempre più la scena della domanda di energia, rischia da un lato di limitare la competitività del sistema europeo rispetto ad altre aree (che continueranno a “giocare” con regole meno restrittive), dall’altro di non apportare un contributo adeguato alla risoluzione delle problematiche energetiche e ambientali.

Dunque, questo è un tema fondamentale che l’Unione Europea ha di fronte.

Con il protocollo di Kyoto, abbiamo visto quanto sia complesso e laborioso portare avanti proposte condivise. Proprio queste difficoltà dovrebbero suggerire che la migliore risposta non è tanto nell’assunzione di sacrifici unilaterali, quanto in un maggior sforzo nell’ innovazione e nell’ adozione di soluzioni tecnologiche avanzate che riescano a soddisfare la domanda, nel rispetto dell’ambiente. Ed è su questa strada che, ci auguriamo, possano essere maggiormente indirizzati i futuri impegni politici ed economici dell’Europa.